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Cronaca | 03 giugno 2020, 13:16

Omicidio Piatti: ricorso in Cassazione per la banda che uccise l’orefice

Ritenuti l’ideatore e gli esecutori materiali dell’assalto nella villa di Monteu Roero, tra il giugno e l’ottobre scorso erano stati condannati in secondo grado a pene comprese tra i 18 e i 12 anni di carcere. Ora l’appello alla Suprema Corte

Fissata per il 1° dicembre la discussione del ricorso presentato da quattro dei cinque accusati dell'omicidio Piatti (nella foto il "Palazzaccio", sede della Suprema Corte a Roma)

Fissata per il 1° dicembre la discussione del ricorso presentato da quattro dei cinque accusati dell'omicidio Piatti (nella foto il "Palazzaccio", sede della Suprema Corte a Roma)

Verrà discusso il prossimo 1° dicembre di fronte alla prima sezione della Corte di Cassazione il ricorso presentato da quattro dei cinque condannati per l’omicidio di Patrizio Piatti, l’orefice freddato nel garage della sua villetta di Monteu Roero all’alba del 9 giugno 2015.

Lo scorso 18 giugno, a quattro anni da quel gravissimo fatto di sangue, la Corte d’Assise d’Appello di Torino aveva sostanzialmente confermato la condanna per omicidio volontario già comminata dal Tribunale di Asti nei confronti delle quattro persone che, secondo l’accusa, erano stati gli autori materiali dell’assalto alla villetta compiuto con l’iniziale obiettivo di appropriarsi dei preziosi lì custoditi dal Piatti e sfociato nell’uccisione dell’orefice.

Presieduto dal giudice Fabrizio Pasi, il collegio torinese aveva nella pratica confermato la ricostruzione dei fatti definita col rito abbreviato del primo grado, decidendo però per una riduzione – da 18 a 16 anni – delle pene in quella sede comminate a Francesco Desi, indicato nel processo come colui che materialmente esplose il colpo di pistola che costò la vita a Piatti, e a Junior Giuseppe Nerbo, ritenuto il basista del colpo.

Ancora superiore lo "sconto" concesso con la riforma della precedente sentenza nei confronti degli altri due imputati, Salvatore Messina ed Emanuele Sfrecola, le cui pene sono passate dai 14 anni e 4 mesi inflitti loro in primo grado ai 12 anni poi decisi dalla Corte d’Assise d’Appello.

Altro percorso giudiziario (l’imputato aveva scelto il rito ordinario) seguì invece il vaglio della posizione del quinto complice, il gioielliere torinese Giancarlo Erbino, ritenuto l’ideatore del colpo. Nello scorso ottobre la Corte d’Assise d’Appello ha confermato nei suoi confronti i 18 anni della condanna già comminatagli in primo grado. Anche Erbino ha annunciato ricorso in Cassazione.

I quattro – per i quali il procuratore generale Marcello Tatangelo aveva chiesto la riduzione della pena, ma ad un solo anno, giudicando eccessiva la "continuazione" valutata sui reati di rapina e lesioni – erano stati inoltre condannati al pagamento delle spese di continua rappresentanza e assistenza in giudizio delle parti civili Maddalena Giotto ed Elisa Piatti, rispettivamente moglie e figlia della vittima. rappresentate dall’avvocato Roberto Ponzio.

"L’appello – commenta ora il legale di parte civile – aveva confermato il quadro probatorio già ricostruito in primo grado sulla base di testimonianze, tabulati, accertamenti balistici e intercettazioni. Al contempo erano state respinte le ragioni con le quali la difesa puntava a sostenere la tesi della rapina 'finita male’, per cui l’omicidio non sarebbe stato prevedibile: ipotesi non accoglibile considerate le modalità esecutive dell’assalto, avvenuto col ricorso a ben due pistole e meditato nonostante il carattere notoriamente indocile della vittima. Ritengo che tale impostazione possa essere accolta e fatta propria anche dai giudici della Suprema Corte".

Ezio Massucco

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