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Attualità | 03 giugno 2020, 11:15

Guarita dal Coronavirus, il medico braidese Renata Gili pensa al fratello Oberto che non c’è più: “Quanto sarebbe bello averti qui oggi”

Proprio in questo giorno (mercoledì 3 giugno) la dottoressa ha compiuto 34 anni e la sua gioia è quella di parenti, amici, colleghi e di tutti i braidesi

Il medico braidese Renata Gili

Il medico braidese Renata Gili

L’amore più forte del Coronavirus. Lo insegna Renata Gili, medico braidese in servizio presso l’Asl Cn1, che a 34 anni compiuti proprio oggi (mercoledì 3 giugno) può dire di aver vinto un’altra sfida impossibile, quella contro il Coronavirus. È una pagina di gioia nella paura della pandemia. Una donna che ha impressionato tutti con l’energia e la dedizione al lavoro che non l’abbandona mai. La sua storia ha fatto persino tappa in tv alla trasmissione Che tempo che fa. Il suo motto? “ Aiutare l’altro è possibile se a muoverti è la forza della passione e il rispetto della persona. Così riesci a dare il meglio di te agli altri”.

A festeggiare il suo compleanno tanti messaggi e l’affetto di famigliari, amici, colleghi di lavoro e tutti i suoi cari. Da lassù c’è anche il fratello Oberto. Anzi da quaggiù, visto che la memoria di “Bu” è viva nel cuore di Renata, che su Facebook gli ha dedicato un ritratto fatto a parole e dal grande impatto emotivo.

Eccolo. “Mio fratello, secondo me, era un tipo strano. Innanzitutto, da quando era in fasce, tutti lo chiamavano “Bu”, un soprannome buffo, mi ha sempre fatto sorridere. Di Bu, però, c’era solo lui ed era talmente bello chiamarlo così che forse buona parte della gente si è addirittura dimenticata il suo vero nome. Bu, poi, quando era piccolo piccolo aveva una bellissima tata somala.

Habiba viveva con noi, era elegantissima, vestiva sempre di tanti colori e ci cucinava un riso con l’uvetta talmente buono che ricordo ancora ora, dopo un sacco di anni. La cosa divertente è che Habiba pregava tante volte al giorno e il piccolo Bu, a forza di stare con lei, al momento della preghiera stendeva sul pavimento un minuscolo fazzoletto (di quelli di stoffa per soffiarsi il naso) e borbottava anche lui qualche cosa chinandosi per terra. Una scena che mi faceva ridere e che non dimenticherò mai. Per il fatto che stava sempre con Habiba, Bu ha imparato tardissimo a parlare, perché forse era confuso, fra italiano e somalo. Ma poi ha recuperato tutto, e dico veramente tutto.

Bu era una sorta di genietto, che capiva la fisica e la matematica naturalmente. Non doveva fare nessuna fatica, beato lui. Dal non saper tirare fuori nemmeno un verso all’età in cui tutti i bambini dovrebbero almeno saper pronunciare le consuete parole tipo mamma, pappa o papà, è arrivato a saper parlare benissimo e a contare al secondo anno di asilo.

Ammetto di essere stata almeno parzialmente responsabile di questo fatto. Quando tutti i bambini pensavano soltanto a giocare, piangere o mangiare io ricordo di aver passato intere giornate ad intrattenermi con lui al gioco che preferivo: fare la maestra delle elementari. Peccato che io avessi iniziato le elementari da solo pochi anni e lui fosse ancora un bimbo che non dico che si faceva la pipì addosso, ma quasi. Mi ero fatta regalare una piccola cattedra e una lavagna e lo costringevo a giocare con me e a compilare interi quaderni di frasi, addizioni, sottrazioni e moltiplicazioni. Una vera tortura, povero Bu. Ma è arrivato alle elementari che conosceva già tutto il programma dei primi due anni. Per questo dico che, poi, ha recuperato proprio tutto.

Bu era una persona introversa, che parlava solo con chi aveva voglia di parlare e non si lasciava inculcare le idee degli altri. All’inizio io non lo capivo nemmeno. Mi sembrava quasi una forma di maleducazione. Solo molti anni dopo ho realizzato che lui, invece, aveva capito ogni cosa. Bu aveva una forza di volontà pazzesca.

Dopo essersi laureato in matematica ha deciso di iscriversi ad una laurea specialistica che io non avrei mai potuto nemmeno prendere in considerazione, già solo per il suo nome difficilissimo: matematica finanziaria. E poi ci ha letteralmente spiazzati con una decisione che sembrava non azzeccarci nulla con gli studi che aveva fatto. Forse era così, ma lui invece sapeva amalgamare tutte le sue conoscenze in un modo invidiabile. Ha mollato la specialistica poco prima della fine per iscriversi a un master di cucina all’Università del Gusto. E non vi dico quanto fossero buone - e precise, forse addirittura matematiche - le sue ricette. Si sbizzarriva con piatti nuovi e si arrabbiava con noi, che ci ostinavamo sempre a voler mangiare le stesse, noiosissime pietanze.

Bu era timido ma emanava qualcosa di speciale. È sempre stato attorniato da persone fantastiche e sincere. Ha sempre evitato gli amici falsi, perché a lui non interessavano, nemmeno per finta. Mio fratello, secondo me, era una persona strana. Ma sincera, vera e bella. Il mio unico rimpianto è quello di non averlo capito da subito.

Caro Bu, quante cose, insieme, avremmo potuto ancora vivere e condividere. Quanto sarebbe bello averti qui oggi”.
Metto like e condivido.

Silvia Gullino

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