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Economia | 09 aprile 2020, 07:15

Il Coronavirus manda al tappeto l'artigianato piemontese: in meno di un mese persi 662 milioni. "Interi mestieri spariranno"

Dopo l'11 marzo sono 68.751 le imprese che hanno sospeso l'attività: più di una su due. De Santis : "Agire velocemente: bene il Governo, ma non la norma che impone vincoli sopra i 25mila euro"

Il Coronavirus manda al tappeto l'artigianato piemontese: in meno di un mese persi 662 milioni. "Interi mestieri spariranno"

Colpito e mandato al tappeto con forza devastante. Il mondo dell'artigianato piemontese si lecca le ferite dopo circa un mese dall'esplosione dell'emergenza Coronavirus. Secondo le stime di Confartigianato, solo dall'11 marzo in poi, sono state 68.751 le imprese del comparto che hanno dovuto sospendere la propria attività in tutto il Piemonte. Quasi sei su dieci (il 59,6% per l'esattezza). Un calcolo che arriva oltre quota 72mila se si considerano anche le attività che stanno procedendo solo con le consegne a domicilio.

Cifre che ne generano un'altra, ancora più preoccupante: la stima della perdita di fatturato ammonta almeno a 662 milioni di euro. I comparti più colpiti sono anche quelli più rappresentativi di tutto il settore: le costruzioni, la manifattura (metalmeccanici, legno, chimica, plastica, tessile-abbigliamento, calzature e così via) i servizi alla persona (acconciatori, estetiste, calzolai, etc.), la pasticceria. Ma non solo: l'elenco potrebbe essere anche più lungo. 

“La pandemia si sta portando via quello che resta delle micro imprese artigiane, già duramente provate da un decennio di crisi – dichiara Dino De Santis, presidente di Confartigianato Torino – le pasticcerie e cioccolaterie artigianali hanno dovuto tenere chiusa la saracinesca proprio in uno dei periodi dell’anno più propizio. L’edilizia, che rappresenta numericamente il comparto più importante delle imprese artigiane, non può lavorare perché non è in grado di garantire gli standard previsti per la sicurezza, le imprese del benessere sono state tra le prime ad essere penalizzate, a fronte di un esercito di abusivi che, invece, lavora indisturbato ecc. Gli incassi sono azzerati, gli affitti delle botteghe e dei capannoni vanno comunque pagati, e la conseguenza di queste chiusure forzate è verosimile che comporterà entro quest’anno, la chiusura di tante imprese artigiane”.                                      

Una situazione, quella che sta vivendo l’artigianato in queste settimane, molto difficile e che si sovrappone ad un quadro generale altrettanto pesante che negli ultimi 10 anni ha visto crollare il numero delle imprese presenti in questo settore. Tra il 2009 e il 2019, infatti, le aziende artigiane che in Piemonte hanno chiuso definitivamente sono state 20.673, pari al -15,2 %. Se nel 2009 lo stock era pari a 136.015, al 31 dicembre dell’anno scorso il numero è sceso a 115.342.

A fronte delle difficoltà che certamente si intensificheranno nei prossimi mesi, c’è un elenco di vecchi mestieri artigiani che, già in forte agonia, rischiano di scomparire definitivamente, o professioni che sono in via di estinzione a causa delle profonde trasformazioni tecnologiche in atto, come l’arrotino, il barbiere, il calzolaio, il canestraio, il ceraio, il cordaio, il vetraio ma anche il fotografo, il legatore, il guantaio, il materassaio, il mugnaio, l’ombrellaio, il sellaio ecc. “La città di Torino sta perdendo lentamente i vecchi mestieri, che rischiano l’estinzione – continua De Santis – tutto questo incide non solo sull’aspetto economico ma anche su quello sociale, perché in questo modo si interrompe la trasmissione di quel patrimonio di saperi e competenze che vengono irrimediabilmente perdute”.

“La chiusura di ogni singola bottega – prosegue De Santis - incide anche a livello sociale, perché ogni impresa, con la sola presenza, svolge il preziosissimo compito di presidiare il territorio assicurando, ai cittadini, una forma di sicurezza. Dove non ci sono botteghe, dove non c’è artigianato e commercio, ecco che potrebbe aprirsi la via al degrado e al malaffare. Dobbiamo essere tempestivi e concreti per evitare che dall’emergenza sanitaria si passi a un’emergenza sociale".

Un pensiero, infine, riguarda il recente provvedimento annunciato dal Governo Conte sulla liquidità e il credito. "Va nella direzione giusta per consentire la ripresa. Non va bene però che le imprese che avranno necessità di accedere a importi superiori a 25mila euro, debbano fare in banca la trafila degli ordinari esami di sostenibilità economico finanziaria e di verifica andamentale. Cosa c’è di ordinario e normale in questi giorni, in queste settimane?".

Redazione

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