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Politica | 24 settembre 2019, 09:07

Cirio costretto a fare il “pontiere” e il… pompiere

Il Governatore del Piemonte deve barcamenarsi in una difficile congiuntura politica. I numeri della Lega (17) in Consiglio regionale sono schiaccianti. Il suo partito, Forza Italia, vacilla. I Fratelli d’Italia lo incalzano e dalla vicina Liguria la sirena di Toti non cessa di reiterare il suo invito: “Cambiamo!”

Cirio costretto a fare il “pontiere” e il… pompiere

Al giro di boa dei suoi primi cento giorni alla guida del Piemonte, Alberto Cirio deve fare i conti con una situazione politica che si presenta come una ingarbugliatissima matassa.

Il Governatore forzista, che Matteo Salvini aveva tenuto sulla corda fino all’ultimo, auspicava un risultato migliore per il suo partito, Forza Italia, che lo avrebbe sicuramente facilitato nella partita delle nomine di competenza della Regione, partita che nell’arco di un paio di mesi dovrà comunque essere definita.

Ma così non è stato.

La sua maggioranza – per quanto lui la definisca “splendida e collaborativa” – è a forte traino leghista e i 17 consiglieri regionali del Carroccio sono comprensibilmente desiderosi di vedere riconosciuta la loro supremazia numerica.

Fratelli d’Italia, la terza gamba del centrodestra, non è da meno.

Forte dei sondaggi che lo indicano in fase di sorpasso su Forza Italia, il partito di Giorgia Meloni alza anch’esso il prezzo.

Tutto questo nel momento in cui il partito-azienda di Silvio Berlusconi vacilla.

Il Cavaliere, mai come in questa stagione, è sotto assedio e l’anagrafe non lo aiuta certo a tenere a bada la nuova scissione del governatore ligure Giovanni Toti e le irrequietezze del suo gineceo parlamentare, dove Carfagna, Bernini e Gelmini tutt’altro fanno fuorchè parlare all’unisono.

Cirio ieri è stato a Genova.

Ufficialmente per vedere come implementare la collaborazione tra le aree del Nord-Ovest, ma anche per parlare di politica.

Al di là del nuovo grande libro dei sogni scritto ieri – ci vorrà almeno un secolo per realizzarli tutti – Toti non può non avergli reiterato l’invito a seguirlo nel suo nuovo soggetto “Cambiamo!”.

Ma il governatore del Piemonte è costretto, in questa congiuntura, a fare titanici sforzi di mediazione – cercando di emulare i grandi pontieri Dc, Taviani, Cossiga e Sarti – perché, da un lato, non può rinnegare il Cavaliere e, dall’altro, non può volgere le spalle a Salvini.

Se oggi è Presidente è grazie a loro, per cui la sirena di Toti, almeno per il momento, è destinata a cantare a vuoto.

Al tempo stesso, in nome della collaborazione interregionale sui grandi temi, dalle infrastrutture al turismo, deve (e vuole) avere un dialogo intenso col collega ligure.

E mentre fa il “pontiere” tra le varie anime del centrodestra, deve pure indossare i panni del pompiere per evitare che i focolai che ogni giorno s’innescano – non ultimo la richiesta della Lega di rivedere la legge elettorale in senso maggioritario – incendino Palazzo Lascaris.

Un’operazione complessa nella quale gli tornerà utile il suo pragmatismo e più ancora l’astuzia del “langhet”.

Come riuscirà in questa doppia veste di pontiere-pompiere ad imprimere un’altra velocità al Piemonte lo scopriremo non appena si capirà qual è il bandolo che intende afferrare per sbrogliare la matassa.


Giampaolo Testa

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