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Cronaca | 03 luglio 2019, 17:17

Saluzzese condannato a cinque anni di reclusione per spaccio a minori e molestie

Nella vicenda erano rimasti coinvolti anche la figlia della ex moglie con due suoi amici

Saluzzese condannato a cinque anni di reclusione per spaccio a minori e molestie

Era accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti a minori, violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia. Secondo la ricostruzione della Procura l’imputato avrebbe iniziato all’assunzione di cocaina e crack la figlia diciassettenne della moglie, il suo ragazzo e un’amica, anch’essa minorenne. Questa, costituita parte civile, sarebbe stata anche vittima di molestie sessuali.

Oggi il tribunale collegiale di Cuneo ha condannato un italiano quarantenne residente nel Saluzzese per le accuse riguardanti la cessione della sostanza stupefacente e gli abusi a 5 anni di reclusione, mentre lo ha assolto per gli episodi contestati di molestie e di maltrattamenti nei confronti della figliastra e della ex moglie. Dovrà risarcire con 10 mila euro la ragazza parte civile.

L’ex marito della moglie dell’imputato, padre della diciassettenne Alessia (nome di fantasia, ndr) aveva raccontato che una notte di febbraio 2018 la figlia, che abitava con lui, era sparita. La rivide il giorno successivo: “Era strafatta, non si reggeva in piedi, l’accompagnai in pronto soccorso”. Alessia disse al padre che quella notte era andata a Torino con il patrigno. Lì avevano acquistato del crack. “Venni a sapere che non era la prima volta che si drogava, era stato l’imputato a insegnarle a fumarlo”. La ragazza avrebbe inoltre raccontato al padre dei litigi fra la madre e il patrigno e dei presunti maltrattamenti subiti dalla donna.

L’imputato, difeso dall’avvocato Claudio Bragaglia di Torino, aveva sostenuto che i ragazzi si drogavano già per conto loro, e di non essere stato lui a farli iniziare. Per questo motivo la notte che andò con Alessia a Torino registrò le loro conversazioni: “Volevo dimostrare a mia moglie che sua figlia e il suo fidanzato fumavano già da prima. Mi pento di averlo fatto in questo modo, avrei dovuto invece portarli in ospedale”.

Riguardo alle presunte molestie sessuali, l’imputato ha spiegato che il contatto fisico avveniva con tutti i ragazzi per aiutarli “ad accendere la bottiglia o la pipetta per il crack, ci vuole una certa abilità, loro non erano capaci”. Il suo difensore: “Si tratta sicuramente di una vicenda squallida. Ma ci sono quattro versioni diverse e nessuno che riesce a fare riferimenti precisi. E’ significativo che nessuno dei famigliari si sia costituito parte civile nel processo”.



Monica Bruna

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