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Attualità | 16 febbraio 2020, 17:02

A tu per tu con la pluripremiata scrittrice di Alta Langa, Franca Benedusi

Al Caffè Letterario di Bra, l’autrice di “Avevo un fazzoletto azzurro” si è raccontata come mai aveva fatto prima

Foto di Gianni Bastianini

Foto di Gianni Bastianini


Premio “Fedeltà alla Langa”, Premio letterario “Il Meleto di Guido Gozzano”, Premio “Cesare Pavese” e molti altri riconoscimenti che fanno di lei il Beppe Fenoglio declinato al genere femminile. Stiamo parlando della scrittrice Franca Benedusi, ma soprattutto di una mamma che ha dedicato tutta la sua produzione letteraria alla figlia prematuramente scomparsa.

“Avevo un fazzoletto azzurro”, “Il mio nome è Daniela”, “Le donne di Lunetta”, “Le prime lune”, “La guerra di Egle”, parola dopo parola, l’autrice ha trovato altro tempo e altri giorni da vivere per Silvia. I suoi racconti sono fedeli al cuore e alle Langhe, autentica poesia, quella che si sprigiona dal paesaggio collinare e quella dei sentimenti.

E scrive per non lasciarsi sopraffare dalla malinconia del suo mondo perduto e per fermare comunque il tempo su una pagina, per raccontare a sé prima di tutto e poi ai giovani, vite e vicende mai scritte eppure fondamentali per capire il senso delle vicende umane e del destino. La sua narrazione è vita, forza, amore per la gente, è futuro, ma anche memoria del passato.

L’abbiamo incontrata al Caffè Letterario di Bra, dove ha fatto il pieno di emozioni, raccontandosi come mai aveva fatto prima.


Franca, quali sono state le svolte della tua vita?

“Devo subito affermare che la sorte con me è stata davvero dura. Nel 2011 la mia unica figlia Silvia si è ammalata. Dopo giorni di infinita sofferenza le è stato diagnosticato un tumore al pancreas. Nell’attimo stesso in cui l’ho saputo il mio cuore si è spezzato e la mia vita è cambiata”.

Dove hai trovato il coraggio per andare avanti?

“Purtroppo mia figlia Silvia è mancata ad agosto del 2016. Sino a pochi giorni prima dalla sua scomparsa, ero convinta che guarisse. Per cinque anni ho pianto, ho pregato e ho sperato. Ho pianto tanto da consumare tutte le lacrime. Non so neppure io come abbia potuto sopportare tanto dolore. Forse ci sono riuscita pensando a mio marito: cercando di aiutare lui, ho trovato il coraggio di riaffrontare i giorni”.

Come sei diventata scrittrice?

“Ho iniziato a scrivere per puro caso. Nel 2003 mi è stato chiesto di collaborare ad una rivista di cultura con dei racconti. Istintivamente ho dato risposta negativa. In quella circostanza era vicina a me una carissima amica che, in un secondo momento, mi ha convinta ad accettare l’invito fattomi. Con poca convinzione l’ho ascoltata e, dopo un anno circa, è stato pubblicato il mio primo libro ‘La luna nuova si nasconde’. Davanti alla bozza del primo libro ho avuto paura e non volevo che venisse pubblicato. In quelle pagine c’erano tutti i miei sentimenti, il mio amore infinito per l’Alta Langa e per la sua gente. Avevo l’impressione di rivelare i miei sentimenti più profondi e temevo si sminuisse tutto ciò che di più importante avevo nel cuore. Ora, a distanza di diciassette anni, non mi pongo più quel problema. Le recensioni positive dei critici, l’affetto e la stima che i lettori mi dimostrano, mi danno la certezza che le mie emozioni non vengono sminuite, ma apprezzate e condivise”.

La tua penna è molto feconda. Facciamo un podio dei tuoi libri.

“1° La luna nuova si nasconde, 2° Il mio nome è Daniela, 3° Avevo un fazzoletto azzurro”.

Qual è il filo rosso che accomuna le tue opere letterarie?

“L’amore per la natura, per la famiglia e per la splendida Luna. Questi temi rientrano in tutti i miei libri”.

Che cosa vuoi comunicare a chi legge i tuoi libri?

“Le emozioni vissute e le meraviglie della natura”.

Rileggi mai i tuoi romanzi?

“Li leggo e li rileggo mentre li scrivo, tanto da impararli a memoria. Poi, una volta finiti, non li leggo più”.

Da che cosa nascono le storie che racconti?

“Dal desiderio di raccontare fatti realmente accaduti. I personaggi di tutti i miei libri non sono frutto di fantasia, ma realmente esistiti, veri, poco romanzati, raccontati così come sono o come sono stati. Sono frutto di invenzione solo circostanze minime, a me utili per rendere il personaggio il più vicino possibile al suo modo di essere”.

Chi sono i tuoi autori preferiti?

“Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Primo Levi, Elsa Morante, Oriana Fallaci, Khaled Hosseini, Susanna Tamaro, Aldo Cazzullo”.

Quanto l’origine langhetta ha influito su di te?

“La presenza della Langa è in tutto il mio narrare. Ci sono i personaggi con tutte le loro virtù e ci sono immagini delle colline che parlano. Immagini delle colline con le nebbie mattutine, con i campanili svettanti verso il cielo, con i campi ricamati da aratri, con prati verdi curati come giardini, con la Luna immensa che aspetta la notte per alzarsi adagio su di esse, per illuminarle tutte e accarezzarle dolcemente con i suoi raggi argentati. Per rischiarare in modo particolare quelle più alte: le colline povere dell’Alta Langa. Terra abitata - fino agli anni Sessanta e poi abbandonata - da gente umile, con profondo senso del dovere, senza perdere mai la speranza, senza protestare. Gente capace di amarle e di affrontare mille fatiche per abbellirle e chiedere ad esse il minimo indispensabile per vivere, per allontanare affanni e stenti. Gente con la fierezza negli sguardi, con visi segnati dal tempo e dalla fatica. Concluderei affermando che l’Alta Langa mi ha cresciuta, con la sua durezza, nel rispetto e nella capacità di apprezzare e di amare”.

Che rapporto hai con le Langhe?

“Le amo immensamente. Che cosa delle Langhe del passato vorrei ritrovare? Il rispetto, la collaborazione, la solidarietà, l’umiltà, la semplicità, la fiducia nel prossimo e l’amore per la natura”.

I tuoi ricordi sono molto intensi e potenti, quale libro ti è costato di più scrivere?

“Istintivamente mi verrebbe di affermare che non esiste differenza di fatica tra un libro e l’altro. Scrivere è un modo per esprimere ciò che abbiamo nella mente e nel cuore. È esternare sentimenti, dubbi ed emozioni. È raccontare prima di tutto a noi stessi parte della vita passata, l’esprimere il rapporto con gli altri e tutto ciò che la vita ci ha offerto ogni giorno. La vita intesa come il susseguirsi di giorni trascorsi, prima, vicino a chi ti tiene per mano, ti ama, ti sorride e intanto ti parla di domani. Poi, arrivato il domani, l’affrontarlo con la sensazione d’avere sempre accanto chi ti ha preparato al futuro”.

Che cosa provi quando scrivi?

“Scrivere è per me rivivere la gioia, l’entusiasmo, l’amore, la speranza che la mia Langa e la mia famiglia mi hanno donato. A volte, però, è anche scrivere, con le lacrime agli occhi, nel ricordo di tempi ormai troppo lontani. Sono la più giovane di sette fratelli e sono stata una privilegiata - ora sono sola, i miei fratelli sono tutti in cielo -. Non mi è mancato mai l’affetto e la certezza di avere sempre più punti di riferimento. Le mie colline, poi, mi hanno incantata sempre ed in ogni istante. Se chiudo gli occhi, ancora ora, avverto profumi, canti, sussurri e sento languire il cuore. L’ultimo libro che ho scritto “Avevo un fazzoletto azzurro”, in verità, mi è costato infinita fatica. Mia figlia è mancata prima che lo terminassi e scrivere l’ultima parte è stato non solo faticoso, ma anche molto doloroso. È stato uno sforzo immenso, affrontato perché spinta da chi mi vuole bene, ma soprattutto dai critici Giorgio Barberi Squarotti, Eugenio Corsini, Giannino Balbis e Walter Boggione”.

Immaginavi che i tuoi libri avrebbero avuto così tanto successo e riscosso tanti premi?

“No, non lo immaginavo. Il mio rapporto con i premi? È particolare: provo una gioia immensa quando ricevo la comunicazione e, causa la mia timidezza, incomincio a tremare man mano che si avvicina la cerimonia di premiazione”.

Qual è la soddisfazione più grande che hai ricevuto dal mondo letterario?

“La possibilità di conoscere tante persone”.

Chi devi ringraziare per il tuo successo oltre te stessa?

“La mia famiglia d’origine, le mie amate Langhe, mia figlia Silvia e mio marito Gianni”.

Hemingway scriveva con una zampa di coniglio in tasca. Garcia Marquez con addosso una tuta da lavoro. Tu hai qualche rituale quando scrivi?

“Si, devo avere sempre una tazza di caffè vicino. Lo sorseggio di tanto in tanto e, anche se freddo, mi va bene lo stesso”.

Il libro da consigliare a qualcuno per farlo innamorare della lettura?

“Va dove ti porta il cuore (Susanna Tamaro, editrice Bompiani, ndr)”.

Rimpianti?

“Sì, uno. Temo di non aver dimostrato alle persone care tutto l’amore provato per loro”.

Che cos’è per te la felicità?

“Essere liberi”.

Qual è la più grande lezione che hai imparato nella vita?

“Non procurare danni al prossimo. Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Un luogo nel quale ami rifugiarti?

“Lunetta, la frazione dove sono nata e cresciuta”.

Il più bel ricordo della tua vita?

“Il volto di mia figlia Silvia appena nata”.

Che cosa pensavi di fare da grande?

“Il medico”.

A che cosa non rinunceresti mai?

“Alla libertà di pensiero”.

Come ti trovi nell’era dei social?

“Bene. Ho un profilo Facebook sul quale posso comunicare con i miei lettori e condividere pensieri ed esperienze”.

Che consigli dai alle giovani generazioni in cerca di modelli?

“Di ricordare, in ogni momento, di avere un cuore e di ascoltarne sempre la voce. Di avere rispetto per loro stessi e per gli altri”.

Nel film “Un tram che si chiame desiderio”, Vivien Leigh dice: “Non voglio realismo. Voglio magia”. Tu cosa vuoi dal futuro?

“Serenità e anche un po’ di magia”.

C’è qualcosa che la gente non sa di te e che vuoi farle scoprire prima di salutarci?

“No. Nei miei libri ci sono tutti i miei sentimenti, i miei dubbi, le mie paure, le speranze, l’amore per la natura, il credere nella famiglia… C’è tutta me stessa”.

E d’altra parte non erano un po’ così anche Pavese e Fenoglio?

Silvia Gullino

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