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Curiosità | 11 febbraio 2020, 18:16

"Scrivere è come guardare in uno specchio, ho scoperto tante cose su me stesso": Matteo Mana ci racconta "La colpa di Andrea"

28 anni, di Morozzo, Matteo ha recentemente pubblicato il suo lavoro con "Il seme bianco": un romanzo di formazione mascherato da giallo, con una narrazione temporale composita

Matteo Mana con una copia de "La colpa di Andrea"

Matteo Mana con una copia de "La colpa di Andrea"

Si chiama “La colpa di Andrea” il primo libro di Matteo Mana, protagonista dell’appuntamento letterario alla libreria “Stella Maris” in programma per il 20 febbraio.

Classe 1992, di Morozzo e grande appassionato di calcio, Matteo ha frequentato il liceo classico “Silvio Pellico”, quindi la facoltà di Giurisprudenza (nonostante il suo sogno, al tempo, fosse fare l’insegnante di italiano), per poi cambiare e iscriversi a Farmacia: la scrittura - piccoli racconti e poesie - lo salva letteralmente in questo confusionario periodo universitario.

“La colpa di Andrea” (Il seme bianco), è il suo romanzo d’esordio, un romanzo di formazione mascherato da giallo con tre personaggi principali: Andrea, 26 anni, che vaga per Torino schiacciato dal senso di colpa per la morte dei suoi due migliori amici, Edoardo (suicida) ed Eleonora (incidente stradale). Andrea passeggia e riflette, parlando con alcuni personaggi storici e di costume, e cerca di mettere ordine nella sua vita e di rispondere alle domande principali dell’essere umano.

Una narrazione temporalmente composita - il presente di Andrea, il passato della loro amicizia e del fidanzamento tra Eleonora ed Edoardo, e un passato ancora più distante in cui Andrea ed Eleonora sono cresciuti insieme - , quindi, nella quale si svelano a poco a poco nuove informazioni sulle sorti di Edoardo ed Eleonora, e sul loro rapporto “a tre”. E che termina con il messaggio che la vita può essere insoddisfacente, a volte, ma possiamo e dobbiamo andarne fieri comunque.

Con Matteo abbiamo fatto quattro chiacchiere.

- Ciao Matteo. Dopo questa piccola sintesi del tuo romanzo, hai voglia di raccontarci come è nato?

Il romanzo nasce da un racconto che avevo scritto al termine delle superiori e che è rimasto chiuso nel cassetto fino a pochi anni fa. Era la storia di Edoardo ed Eleonora, o almeno una piccola parte di essa, quella che raccontava la loro fine tragica. Solo più tardi, quando mi è venuto in mente il personaggio di Andrea, l'ho rispolverato per cercare di unire la loro storia a quella del protagonista.

Ho iniziato a interrogarmi su come avrebbero interagito le tre personalità e poco alla volta sono stati loro a suggerirmi la storia. Non è stato facile quindi immedesimarsi in questi tre personaggi per conoscerne i difetti, i pregi, le passioni, i segreti.

È stato un processo lungo e faticoso che non sarei mai riuscito a portare a termine senza Martina, la mia fidanzata. È stata lei a incoraggiare questa mia passione e a stimolare la mia creatività. E a mio padre, il mio giudice più severo. Senza le serate passate insieme a correggere il testo, il risultato sarebbe stato sicuramente diverso.

- Personalmente, ho un rapporto un po’ difficile con i miei titoli (degli articoli e delle altre cose che mi ritrovo a scrivere). Da dove arriva il tuo, “La colpa di Andrea”, oltre l’ovvio riferimento al contenuto del romanzo?

Come te condivido la difficoltà a trovare dei titoli che in poche parole riescano a riassumere quello che è il senso di un romanzo o di un racconto.

"La colpa di Andrea" è frutto di una collaborazione con la mia famiglia e la casa editrice. Il romanzo inizialmente doveva chiamarsi "Il ciondolo blu" per via del ciondolo attorno al quale ruotano le vicende nel romanzo, ma non ne coglieva a pieno il senso; "Di Torino, d’amore e di morte" è stato un altro titolo preso in considerazione, ma scartato. Alla fine, riflettendo con la mia famiglia, siamo arrivati a concepire "La colpa di Andrea".

Credo riassuma perfettamente l’angoscia che schiaccia il protagonista, quell’angoscia che nasce e ci prende quando di fronte a un’avversità, un problema, decidiamo di scappare senza renderci conto che questa corre più veloce di noi.

- L’hai descritto come un romanzo di formazione mascherato da giallo. Per te è stato difficile amalgamare questi due generi? Mi pare, tra l’altro, che sia una tendenza sempre più presente, in letteratura, quella di “sporcare” in questo modo una narrazione. Cosa ne pensi?

Devo ammettere che non è stato facile: ho dovuto fare molta attenzione che un genere con prevalesse sull’altro e sono contento del risultato ottenuto. Credo di essere riuscito a trovare un equilibrio in cui questi si mischiano senza danneggiarsi ma, anzi, si esaltano a vicenda.

Non saprei dire se questa è una tendenza sempre più presente nella letteratura ma sicuramente è un bell’espediente per riuscire a trasmettere un messaggio, il proprio modo di vedere le cose o uno spunto su cui riflettere permettendo al lettore di entrare a pieno nella storia. Come dicevo prima è questione di equilibrio.

- Il romanzo presenta tre diversi piani temporali, il cui confronto è necessario per comprendere appieno lo svolgersi degli eventi. Come ti sei trovato nel gestire questo tipo di intreccio?

È stata la parte che più mi ha divertito. Non posso dire che sia stato facile, ma mi ha creato meno problemi rispetto ad altro, come per esempio la costruzione di un proprio stile e il mantenerlo dall’inizio alla fine.

L’idea di alternare tre piani differenti mi è venuta poco alla volta; all’inizio dovevano essere due, ma poi mi sono reso conto che mancava qualcosa. È stato divertente giocare con il tempo, gestirlo a proprio piacimento. Credo che l’alternanza temporale dia alla storia ritmo e vivacità.

Mi ha permesso di creare una suspense che raccontando i fatti in modo cronologico non sarebbe stata possibile.

- La stesura di qualsiasi testo (sia esso un romanzo, un racconto o altro) è un po’ sempre una storia a sé. Quanto hai impiegato a scrivere il romanzo? Come ha impattato, la sua scrittura concreta, sulla tua vita personale?

C’ho impiegato due anni per finirlo, nei quali praticamente l’ho riscritto due volte. Purtroppo il tempo a mia disposizione per scrivere non era molto e sicuramente questo ha allungato i tempi.

Devo ammettere che scrivere questo romanzo mi ha permesso di conoscermi a fondo. Scrivere è un po’ come guardarsi allo specchio, ci rimanda indietro quello che abbiamo dentro, spesso mi dovevo fermare per riflettere su un pensiero formulato per analizzarlo, capire se lo condividevo a pieno. Ho scoperto cose riguardo me stesso che non avrei mai pensato.

Per questo credo che scrivere sia una cosa molto intima, mettersi a nudo di fronte a degli estranei. Non è facile.

- Come hai vissuto il tuo rapporto con la casa editrice, e con le sue figure professionali?

Non avendo margini di paragone devo dire che mi sono trovato bene. L’ho trovata professionale e sempre presente quando avevo bisogno d’informazioni o consigli.

Devo ringraziarli per questa possibilità. Un sogno che si realizza.

- Il libro è appena uscito, hai qualche evento in programma? O, forse, qualche idea per una storia futura?

L’unica data fissata per il momento rimane quella del venti di febbraio alle 19 alla Libreria Stella Maris. Sono molto emozionato all’idea e anche un po’ agitato, spero vada tutto per il meglio. Più avanti spero di riuscire ad organizzare una presentazione a Morozzo, dove vivo, e a Torino dove il romanzo è ambientato.

simone giraudi

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