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Politica | 01 febbraio 2020, 07:30

#controcorrente: gli artigiani non ne possono più delle scelte politiche che distruggono le imprese

In Piemonte, dal 2009 al 2019 il settore ha perso 18.038 aziende e una forza lavoro tra soci, titolari, coadiuvanti, dipendenti delle stesse e ditte individuali di 60.071 persone. In provincia di Cuneo, nello stesso periodo, l’occupazione totale del comparto è calata di 5.797 unità. Le micro e piccole ditte, pur essendo tra le colonne portanti del sistema produttivo italiano, sono quelle in maggiore sofferenza. Quando una di esse chiude è una sconfitta per il Paese e “muore” un patrimonio di mestieri, tradizioni, manualità creative, ingegno, conoscenze

Un idraulico al lavoro

Un idraulico al lavoro

Nel 2009, in Piemonte erano attive 135.529 imprese artigiane con una forza lavoro tra soci, titolari, coadiuvanti, dipendenti delle stesse e ditte individuali di 301.057 persone. Dieci anni dopo, nel 2019, le imprese si sono attestate a 117.491, mentre la forza lavoro complessiva è passata a 240.986 persone. Un tracollo, in quanto le aziende sono scese di 18.038 realtà e i posti di lavoro sono diminuiti di 60.071 unità. In provincia di Cuneo, nello stesso periodo, l’occupazione totale del settore è calata di 5.797 persone: da 49.223 a 43.426.

“I dati - sottolinea il presidente di Confartigianato Piemonte, Giorgio Felici - confermano la lunga fase di crisi economica accompagnata, però, a un’assurda imposizione fiscale. Nel 2019 la pressione si è mantenuta al 42,1% del Prodotto Interno Lordo, ma per il 2020 si prevede un aumento del carico fiscale al 42,4% del Pil. Un valore superiore di un punto percentuale rispetto alla media dell’Eurozona, che equivale a 17,3 miliardi di euro di maggior prelievo rispetto agli altri Stati. A ciò si aggiunge il ritardo con il quale le pubbliche amministrazioni continuano a pagare: mediamente superiore al limite dei 60 giorni imposto dalla direttiva europea”.

E conclude: “Il Sistema Italia non può più tollerare scelte politiche distruttive per le aziende, attuate per interessi che non si comprende dove risiedano e accompagnate per di più da una marea di norme che servono unicamente a far crescere i provvedimenti  burocratici”.

Una situazione davvero difficile da affrontare soprattutto per le ditte individuali. Nel concreto non si trovano più i giovani disposti a imparare un mestiere. E quando succede, le leggi impongono una rigidità nel far svolgere le mansioni operative da sconsigliare l’assunzione.

Mi raccontava un amico artigiano: “Le norme di sicurezza vanno rispettate, ma un lavoro come il mio lo si impara operando ogni giorno concretamente sul campo: non “guardando” cosa fa il titolare della ditta. Io, spesso, sarei in condizioni di assumere qualcuno. Ma poi, ammesso che lo trovi, non posso fargli fare quanto mi servirebbe. E allora, rinuncio. A questo si aggiungono i costi comunque troppo alti del dipendente e la burocrazia asfissiante”.

Le micro e piccole realtà artigiane sono tra le colonne portanti del sistema economico, produttivo e occupazionale italiano.

Quando una di esse chiude è una sconfitta per il Paese in quanto significa perdere un’importante risorsa del territorio e “muore” un patrimonio di tradizioni, manualità creative, ingegno, conoscenze. Mestieri preziosi destinati a scomparire.

E tra qualche anno non servirà piangere sul latte versato, perché quanto è caduto a terra non si potrà più recuperare.

#controcorrente

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