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Cronaca | 26 novembre 2019, 17:42

Continua il processo contro due produttori di Barolo di Dogliani

Sono accusati di tentata frode in commercio perché non avrebbero osservato il rigido disciplinare sulla produzione del vino. I consulenti della difesa: “La vinificazione veniva fatta nella cantina di Monforte adeguatamente attrezzata”

Continua il processo contro due produttori di Barolo di Dogliani

Continua davanti al tribunale di Cuneo il processo che vede imputati i produttori di Barolo Orlando Pecchenino ed il fratello Attilio, che nel 2018 avevano patteggiato la pena di 4 mesi di reclusione davanti al gip del tribunale di Asti per tentata frode in commercio. Allora le annate sotto esame erano quelle del 2013, 2014 e 2015, nel procedimento davanti al tribunale di Cuneo si parla del vino annata 2016.

Gli imputati sono titolari un’azienda vitivinicola con vigneti e cantina a Dogliani, ma altresì proprietari di terreni e cantina proprio nella zona del Barolo, a Monforte. Dunque pochi chilometri di distanza che farebbero la differenza. Il pm Attilio Offman contesta loro di aver eseguito il processo di vinificazione di Nebbiolo da Barolo a Dogliani, ad appena 300 metri fuori dalla zona di origine del vino stesso, e non a Monforte d’Alba, area che rientra nel “Disciplinare”. Questo prevede infatti regole molto rigide per le operazioni di vinificazione e invecchiamento delle uve che diventeranno Barolo, e che devono essere eseguite obbligatoriamente nella zona di produzione. Nulla quaestio processuale invece sulla qualità dei vini prodotti e imbottigliati.

Il consulente del pm aveva messo in dubbio la possibilità che la cantina di Monforte potesse essere adibita alla vinificazione in quanto non ci sarebbe stato sufficiente spazio per ospitare tutti i serbatoi e contenitori che i P. avevano dichiarato di aver acquistato nel corso degli anni.

I consulenti dell’avvocato difensore Luisa Pesce hanno invece sostenuto che i locali di Monforte fossero adeguatamente attrezzati per i processi di vinificazione e invecchiamento delle uve da Barolo, sia per quanto riguarda le vasche di cemento ritenute “idonee” perché riempite e usate anche più volte; sia per i recipienti mobili che venivano utilizzati, sebbene non dichiarati nel registri di cantina, ma perfettamente compatibili con le quantità di vino, fino alle dimensioni congrue della cantina stessa.

Gli esperti della difesa hanno inoltre contestato le conclusioni del consulente della Procura per il quale “l’abbonimento e la vinificazione non possono assolutamente avvenire nella stessa cantina, perché sarebbe un peccato mortale”: “Non è vero. Nelle cantine di Barolo al contrario coincidono, altrimenti tre quarti delle cantine piemontesi dovrebbero chiudere”.

Un amico americano dei Pecchenino ha riferito di aver visitato in molte occasioni la cantina di Monforte dove aveva assaggiato il Barolo, spillato direttamente dalle botti.

Monica Bruna

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