/ Agricoltura

Agricoltura | 12 novembre 2019, 07:30

A Sant’Anna di Boves l’azienda agricola “La stella” produce piccoli frutti, nergi, patate e topinambour (FOTO)

Francesco e Firmina, 60 e 58 anni, dal 1996 hanno costruito la loro struttura rurale partendo da cinque giornate piemontesi in proprietà e affittandone altre fino ad arrivare a venti. Poi, dallo scorso anno, sono tornati alla superficie di inizio avventura. Perché dicono: “Avevamo anche voglia di vivere più serenamente. Alla nostra età non puoi più lavorare quindici ore al giorno. Ma siamo contenti del percorso che abbiamo fatto quasi sempre solo con le nostre forze”

Francesco e Firmina con le cassette di topinambour appena puliti

Francesco e Firmina con le cassette di topinambour appena puliti

Il giorno della visita all’azienda agricola “La stella” nel cielo azzurro intenso il sole illumina le esplosioni di colore della Natura. Nonostante sia ormai autunno inoltrato. E con la maestosità della Bisalta a fare da cornice. Arrivando da Cuneo lungo la vecchia provinciale 21 che conduce a Boves, si giunge alla frazione di Sant’Anna. In continuazione al piazzale della chiesa, tra un muretto da un lato e una siepe dall’altro, c’è l’imbocco della piccola via Traversagna. Percorrendola per cinquecento metri, sulla destra della carreggiata si trova la struttura rurale.

Davanti una bella casa, terminata nel 2000, alle spalle i magazzini e le cinque giornate piemontesi di terreno nelle quali, tutto attorno al fabbricato, spiccano le dodici serre: sette con il nylon per fragole e lamponi e cinque con le reti antigrandine per i mirtilli.

L’azienda la gestiscono, dal 1996, Francesco Marchisio e la moglie Firmina Stellino, 60  e 58 anni. Entrambi diplomati alla Scuola dell’obbligo. Sposati dal 1980, hanno due figlie, Elena ed Elisa, e il figlio Paolo, che, però, svolgono altre attività. Ad aiutarli, nei tre mesi estivi ci sono due dipendenti assunti con un contratto stagionale.  

LA STORIA: DAL 1962 AI GIORNI NOSTRI

La storia dell’azienda è abbastanza recente, però le basi poggiano su un percorso di più lunga data. Siamo nel 1962. I genitori di Francesco, Giuseppe e Giovanna, gestiscono una cascina molto piccola a San Lorenzo di Peveragno. Hanno già tre figli e una quarta sorella arriverà negli anni successivi. Serve una struttura di maggiori dimensioni. La trovano a Tetto Salvagno, in frazione Sant’Anna di Boves, proprio di fronte all’attuale fabbricato di Francesco e Firmina.

Racconta Francesco: “A 14 anni ho deciso di fare il muratore. Ma dopo un po’ di tempo mi sono stufato. Sono tornato a lavorare i campi nella cascina di papà e mamma. Poi, con mio fratello Pietro l’abbiamo comprata. Siamo andati avanti insieme per alcuni anni. Nel 1996 si è presentata l’occasione di acquistare le cinque giornate dove ho adesso l’azienda. Pietro è rimasto a Tetto Salvagno. Io e Firmina ci siamo spostati: abbiamo costruito la casa e iniziato a coltivare quei nuovi terreni. La mia è stata una scelta dettata dalla passione per l’ortofrutta. Infatti, non ho mai avuto particolare interesse per i bovini. Però, sono nato in campagna e lì sono tornato. E, a parte alcune decisioni sulle colture, suggerite dall’esperienza acquisita con il tempo, rifarei lo stesso mestiere”.

Dice Firmina: “Ero dipendente in una fabbrica di questa zona: prima a tempo pieno, dopo, quando sono arrivati i figli, part-time. Nel tempo libero aiutavo Francesco. Fino al 2004, quando mi sono licenziata in quanto non ce la facevo più. L’amore mi ha spinto a scegliere il lavoro agricolo. Se contassimo le ore trascorse nei campi è stata dura. Anche perché abbiamo sempre scelto di fare tutto con le nostre forze. Con più personale avremmo tribolato di meno. Ma, pur faticando, siamo andati avanti”.

Dal 1996 l’azienda cresce, affittando altro terreno. Fino ad arrivare a una ventina di giornate coltivate tutte a verdura. “Però - sottolineano Francesco e Firmina - negli ultimi anni il mondo agricolo è cambiato e tutta quella superficie di terreno era diventata difficile da gestire. Inoltre, avevamo anche voglia di vivere con maggiore serenità. E, allora, un passo alla volta, abbiamo abbandonato il terreno in affitto e, dallo scorso anno, siamo tornati a coltivare solo le cinque giornate in proprietà: quelle cioè di quando avevamo iniziato l’avventura”.

A livello aziendale Francesco e Firmina si occupano di tutto. Però hanno anche un minimo di strutturazione: lui impegna più tempo nei lavori pesanti; mentre lei si dedica in modo maggiore alla raccolta dei frutti.     

LA PRODUZIONE: SOLO COLTURE PIU’ PREGIATE

Francesco e Firmina: “La riduzione di terreno ci ha imposto di ricercare colture più pregiate che ci consentissero di ottenere una sostenibilità economica per l’azienda. In questo modo riusciamo a garantirci un reddito dignitoso e a ottenere delle soddisfazioni”.

L’azienda coltiva lamponi e fragole sotto serra. Queste ultime fuori suolo nelle canaline. Poi i mirtilli e i nergi protetti dalla rete antigrandine. In pieno campo, invece, vengono prodotte le ciliegie (un centinaio di piante) e le patate: queste ultime seguendo il disciplinare del Consorzio Bisalta. E anche una coltura non così consueta: il topinambour.

Il tubero, per molto tempo considerato ortaggio povero, è tornato sulle tavole anche per le sue rilevanti proprietà nutrizionali. In provincia di Cuneo è uno dei componenti fondamentali da intingere nella “bagna caoda”. I bulbi si piantano a marzo nei solchi come le patate e la raccolta dei frutti avviene a novembre. Il lavoro più sostanzioso è la loro pulizia. Francesco e Firmina ne producono una trentina di quintali su mille metri di terreno.      

Una “porzione” di mirtilli viene coltivata in campo, ma un’altra parte ha una lavorazione particolare e artigianale. Infatti, è fuori suolo. “Durante le ultime trasformazioni dell’azienda - affermano Francesco e Firmina - abbiamo provato ad adottare un sistema simile a quello delle fragole. Utilizzando, al posto delle canaline, dei vasi di plastica di 40 centimetri di diametro posati sul terreno, con i buchi sul fondo per far drenare l’acqua, ma riempiti con lo stesso terriccio. Il metodo è molto valido perché le piante, messe a dimora nei contenitori, si trovano in un terreno perfetto. Di conseguenza, sviluppano rapidamente le radici, crescono in modo più veloce e producono prima. E il frutto raccolto mantiene lo stesso, ottimo sapore della coltivazione in suolo”.  

LA VENDITA

Francesco e Firmina: “Conferiamo tutte le produzioni alla cooperativa Agrifrutta di Peveragno. Anche il topinambour in quanto è ricercato nei negozi e dalla grande distribuzione”.

Non avete mai pensato alla vendita diretta al consumatore? “Se vuoi vendere le colture è necessario avere del personale. Perché o lavori nei campi oppure ti impegni nel negozio e ai mercati. Noi abbiamo preferito cercare di produrre bene e lasciare lo smercio a chi è del mestiere”.   

“I PRODOTTI LI MANGIANO IN CAMPO I NOSTRI NIPOTI: SICUREZZA ALIMENTARE E QUALITA’ SONO ASSICURATE”

“Siamo seguiti - dicono Francesco e Firmina - in modo attento e puntuale dai tecnici dell’Agrifrutta, che ci danno i consigli sul come ottenere la qualità e la sicurezza alimentare. I trattamenti con sostanze chimiche li facciamo proprio solo quando diventano indispensabili: mirati e nella misura minore possibile. I controlli sono numerosi, capillari e costanti. Abbiamo cinque nipoti che vanno in campo, raccolgono, ad esempio, fragole, mirtilli, lamponi, e poi li mangiano senza lavarli. Questa è la migliore garanzia del sapore e, soprattutto, della salubrità dei prodotti. Infatti, se ci fossero dei problemi non glielo lasceremmo fare”.

Perché i consumatori dovrebbero acquistare le vostre colture? “Perché sappiamo che sono di qualità e sane. Siamo tranquilli di quanto produciamo”.  

SODDISFAZIONI E PROBLEMI

Francesco e Firmina: “La soddisfazione più grande è quella di aver portato avanti un mestiere che ci è sempre piaciuto. Se un lavoro ti piace riesci ad affrontare qualsiasi problema. Quando poi i risultati ottenuti sono buoni ti senti appagato e contento. La difficoltà maggiore è legata alle condizioni climatiche che non ti permettono di programmare con certezza le tempistiche degli interventi da effettuare in campo”.  

LE PROSPETTIVE FUTURE

“Il nostro futuro - spiegano Francesco e Firmina -  è già nel presente, in quanto la scelta fatta di diminuire il terreno è stata proprio per poter gestire l’azienda senza un dispendio esagerato di energie. Vogliamo continuare in questa direzione, concedendoci ogni tanto, quando possiamo, qualche pausa da dedicare solo a noi. Perché a sessant’anni non puoi più lavorare quindici ore al giorno”.  

La chiacchierata si chiude con una riflessione importante di Francesco e Firmina: “Le Istituzioni dovrebbero aiutare di più le piccole aziende, dando loro una mano a crescere dal punto di vista soprattutto dell’innovazione. Invece, le hanno lasciate e continuano a lasciarle indietro. Noi, anche per questo motivo, abbiamo sempre cercato di andare avanti con le nostre forze”.

Si coglie in queste affermazioni tutto l’amore per un mestiere difficile che richiede tanti sacrifici e molta fatica. Insieme alla consapevolezza di dover, comunque, affrontare gli impegni da soli. Francesco e Firmina ce l’hanno fatta. E la loro esperienza può essere di esempio per le nuove generazioni.                           

Sergio Peirone

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium