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Cronaca | 02 ottobre 2019, 17:00

Truffa dei bengalesi, parla il commercialista: la Sio di Ceresole era azienda sana, Rubina non pagò nemmeno una delle 72 rate pattuite per il suo acquisto

Nel processo in corso ad Asti il giudice chiede accertamenti sugli assegni versati come anticipo all’imprenditore Daniele Olivero. Si vuole capire chi davvero tenesse il timone della coop che lasciò per strada i 130 immigrati cui aveva promesso un lavoro

Truffa dei bengalesi, parla il commercialista: la Sio di Ceresole era azienda sana, Rubina non pagò nemmeno una delle 72 rate pattuite per il suo acquisto

Una nuova lunga udienza, dopo quella tenuta nel luglio scorso – e dopo l’assoluzione dell’imprenditore ceresolese Daniele Olivero nel collegato procedimento per bancarotta fraudolenta chiuso a Bergamo nel giugno scorso –, ha visto nei giorni scorsi il tribunale di Asti tornare a occuparsi della vicenda della Sia Automotive di Ceresole d’Alba e della sua cessione alla cooperativa Rubina, società che nel giro di pochi mesi da quell’operazione avrebbe chiuso i battenti lasciando per strada, senza il lavoro promesso e spogliati dei loro pochi risparmi, i 130 cittadini bengalesi che erano stati chiamati a farne parte in qualità di soci lavoratori, dietro il pagamento di quote da 2mila euro ciascuno.

Nel procedimento tuttora in corso presso il palazzo di giustizia astigiano il 45enne roerino deve difendersi dall’accusa di avere avuto un ruolo attivo nella presunta truffa consumata ai danni del numeroso gruppo di immigrati.

In quello che ad oggi è stato l’ultimo atto di questa complessa vicenda processuale il collegio presieduto dal dottor Liuzzo ha ascoltato la lunga deposizione prestata dal commercialista della Sio. Il professionista ha testimoniato di come l’azienda di lavorazioni meccaniche di frazione Cappelli fosse in realtà una realtà sana, che impegnava stabilmente 42 collaboratori, e di come, nella trattativa che nel 2013 portò il suo titolare a cederne la proprietà alla società amministrata dai due bengalesi Masum Hussein e Jamal Miah, questi ultimi fossero stati sempre affiancati da Pietro Ciotti, figura da sempre indicata dalla difesa di Olivero come il regista dell’operazione truffaldina, e di come questi avrebbe asserito di coordinare diverse coop nel Bergamasco.

Nel maggio di quell’anno – ha ricordato il commercialista – era stato stipulato un preliminare di vendita delle quote, a fronte del quale i compratori avevano versato un anticipo di 40mila euro. Il prezzo complessivo della compravendita era stato fissato in 1 milione e 400mila euro, da pagarsi in 72 rate che avrebbero dovuto decorrere dal mese successivo, giugno 2013. Un impegno che la cooperativa non avrebbe praticamente mai onorato, disattendendo già i pagamenti di giugno, luglio e agosto. Già in settembre Olivero si era così convinto a procedere con la risoluzione del contratto, che non bastò però a mettere in salvo la sua azienda, che a dire dello stesso imprenditore sarebbe stata intanto minata dall’aver nel frattempo subito danni ai macchinari, registrato perdite di commesse e penali da pagare per contratti non onorati, tanto che anche la Sio venne dichiarata fallita nel corso del 2014.

Sentita la testimonianza, il giudice ha acquisito agli atti i due assegni, emessi rispettivamente da istituti bancari di Carmagnola e di Bergamo, consegnati a Olivero a titolo di anticipo e ha disposto accertamenti per sapere chi materialmente ne avesse chiesto il rilascio, dopodiché ha aggiornato la causa al prossimo 5 novembre.

L’avvocato Roberto Ponzio, difensore di Olivero: "Ritengo che questa lunga deposizione abbia finalmente chiarito l’esatto delinearsi dei rapporti tra le parti, facendo emergere in modo inequivoco come tutta l’operazione sia stata ordita da un faccendiere di nome Pietro Ciotti. Le indagini bancarie disposte dal tribunale potranno ulteriormente confermare come i 2mila euro pagati dai lavoratori bengalesi siano finiti sui conti della Rubina o nelle tasche di Pietro Ciotti e non in quelle di Olivero, pure lui vittima di questa vicenda al pari dei 130 bengalesi".

Ezio Massucco

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