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Attualità | 18 agosto 2019, 10:20

Bra, festa della Madonna dei Fiori di Bra con vista sul nuovo pronao del Santuario

L’eredità spirituale di don Sergio Boarino nel maestoso mosaico firmato da padre Rupnik, artista di fama internazionale

Il mosaico realizzato presso il Santuario della Madonna dei Fiori da padre Marko Ivan Rupnik

Il mosaico realizzato presso il Santuario della Madonna dei Fiori da padre Marko Ivan Rupnik

Varcata la soglia, si respira la salvezza e sarà come trovarsi nella Gerusalemme celeste. Il Santuario della Madonna dei Fiori di Bra vanta un’opera unica e maestosa. Si tratta del mosaico realizzato da padre Marko Ivan Rupnik, artista di chiara fama, nonché direttore del Pontificio Istituto Orientale - Centro Aletti. Una catechesi permanente sulle Sacre Scritture, ma, soprattutto, uno spunto per la preghiera personale, un ponte tra l’uomo e Dio. Come Maria, che a Bra è intervenuta per salvare Egidia Mathis nel lontano 1336, il Signore interviene per salvarci ora come in tutta la storia. Questo il senso dell’espressione artistica fortemente voluta dal compianto rettore del Santuario, don Sergio Boarino che, prima dell’inizio dei lavori, ci aveva spiegato l’iniziativa: "Il pronao del Santuario nuovo non era terminato. Se si vede il modellino che è esposto nel museo si vede che il pronao ha degli elementi architettonici che non sono mai stati eseguiti. Così abbiamo pensato di finirlo, chiaramente non più secondo i criteri e anche i gusti dell’epoca, visto che erano datati al 1930, ma con le possibilità che abbiamo oggi. Abbiamo interpellato padre Rupnik che ha risposto positivamente. Basterebbe prendere internet, cercare Centro Aletti e lì c’è tutto l’elenco con le foto delle opere che ha fatto. Non c’è nessuna opera di padre Rupnik in Piemonte, tranne qui a Bra. Sarà un’opera alta tredici metri, imponente. Con queste dimensioni rimarrà unica per tanto tempo. Conoscevo personalmente padre Rupnik da parecchi anni, gli ho chiesto e sono stato fortunato". Così, dopo Lourdes, Fatima, San Giovanni Rotondo e Cracovia, anche a Bra l’arte del sacerdote sloveno potrà aiutare la riflessione di chi cerca il dialogo con Dio. Opere uniche e prime che prendono vita grazie all’affiatamento spirituale di una squadra di 19 collaboratori di nazionalità diverse e a una gestione efficiente delle forze. Le parti più complesse dei mosaici nascono nell’atelier e vengono poi montate sul posto con un sistema pittorico che non è di semplice contenimento, ma interpretativo e creativo in ragione del luogo. Infatti, solo dopo un attento dialogo con il committente e gli architetti che raccontano gli avvenimenti storici, nascono le opere che andranno in cantiere. È andata così anche per il mosaico del pronao del Santuario della Madonna dei Fiori che oggi brilla anche di notte, grazie al nuovo sistema di illuminazione. La lettura teologica è tutta nelle parole di padre Rupnik.

Da quale riflessione teologica è partito per realizzare quest’opera?

"Prima di tutto ho voluto sentire la storia del Santuario, perché parto sempre dal luogo dove sarà collocato il mosaico. Siccome in questa storia la parola chiave è “salvezza” - cioè essere soccorsa, salvata - allora ho voluto approfondire la questione della salvezza, soprattutto, perché il mosaico si trova praticamente in una specie di nartece, che è questo atrio prima dell’ingresso e che è di estrema importanza. Architettonicamente, il nartece è la parte più esigente, sia perché deve far vedere il modo con cui noi possiamo far parte della Chiesa, sia perché l’edificio era sempre l’immagine della Chiesa con C maiuscola, cioè del Corpo di Cristo e noi siamo entrati a farne parte da morti, cioè nel battesimo. Si muore per entrare, poi ci si risveglia a vita nuova. Allora volevo anch’io qui richiamare questo passaggio che l’uomo vive entrando in chiesa. Un passaggio da una vita a un’altra vita. Nello stesso tempo, è anche una facciata e sulla facciata ci sono due tendenze nella Chiesa: o si fanno vedere delle cose mostruose, tentazioni, uomini in preda del male, se rimani fuori, oppure c’è una specie di invito a entrare, perché si fa vedere la facciata come la facciata dell’umanità nuova e redenta. La scena centrale è la salvezza vera, cioè Cristo che scende nell’impero della morte a tirare fuori l’uomo. Oggi, che siamo ormai liberi da una Chiesa parastatale e paraimperiale, si può far veramente vedere la Chiesa come lo spazio che si apre all’uomo per una vita diversa, nuova e allora questo fatto di essere tirati fuori da dove da soli non riusciamo, mi sembra molto interessante. Poi ci sono quattro scene collaterali che sono curiose. La nascita di Mosè, che viene salvato attraverso un cestino nel Nilo e dove la figlia del Faraone non obbedisce al comandamento, perché quando scopre che era ebreo avrebbe dovuto buttarlo via, invece lo salva. Anche la madre di Mosè non aveva obbedito al Faraone, perciò la storia della salvezza di ogni uomo non è lineare, ma l’opera del bene, nella persona, emerge attraverso molti avvenimenti. L’altra scena è la fuga in Egitto. È curioso: Mosè salva il popolo dall’Egitto, però Cristo è salvato perché va in Egitto. Allora il concetto di nemico è tutto da vedere. Al tempo di Mosè il Faraone era un nemico, ma al tempo di Cristo, proprio Cristo fuggì lì per essere salvato, è un profugo in Egitto. Sotto questa scena c’è ancora l’acqua con Cristo che tira fuori Pietro dalle acque. Pietro cammina sulle acque in quanto guarda Cristo e in forza di questa relazione. Tenendo conto della chiamata, l’uomo riesce a superare se stesso, non è vittima della propria natura, perché non è secondo la nostra natura camminare sulle acque, ma in forza della relazione cambia la natura. È la relazione che dà il senso alla vita. Ma quando Pietro vede la notte e le acque agitate si spaventa. La paura è la schiavitù dell’uomo. Israele è stato liberato quando Mosè dice di non aver paura, perché con la paura non sarebbero usciti. Noi siamo schiavi finché siamo spaventati. Dall’altro lato c’è Paolo che a Damasco viene salvato attraverso una cesta ed è di nuovo interessante, perché è calato dal muro, ma non per scappare, bensì per annunciare. Perciò, scende quasi come una specie di “Pantocratore”, un’immagine di Cristo. Con la Parola scende in mezzo al popolo, l’abbiamo messo proprio che scende a Bra (sorride, ndr). Quindi, le scene si rimandano l’una all’altra: acqua e acqua, cesto e cesto".

Ci spiega i materiali che ha utilizzato in questo mosaico e il significato dei colori?

"I materiali sono tantissimi e tutto il mondo è presente a Bra adesso. I colori essenziali sono usati proprio in ordine al primo millennio. Il rosso è il colore di Dio, perché è il colore del sangue, come dice il libro del Levitico “Nel sangue abita la vita”, ma la vita appartiene al Signore, perciò, i cristiani dicono così: rosso è il sangue, il sangue è la vita e la vita è di Dio. Il blu è il colore dell’uomo, perché è l’unica creatura che guarda il cielo, tutte le altre guardano terra. Il bianco è lo Spirito Santo, che è una Persona divina che non chiede mai nulla per sé e non riceve mai nulla, è sempre in servizio dell’altro; se vuoi sottolineare un colore lo metti sul bianco, così lo Spirito Santo fa risaltare l’altro. Verde è il colore della creatura, del creato e questo è stato così per i cristiani fino al Rinascimento nell’Occidente, poi si è rovesciato. Il giallo sarebbe il colore della santità di Dio. Seguo un po’ questa pista".

Come si accinge a mettere in cantiere un’opera che le viene commissionata?

"Prima bisogna avere una visione che nasce in dialogo con il committente, poi bisogna avere una grande organizzazione. Dietro un cantiere sta un’enorme organizzazione dei disegni, delle esecuzioni, dei materiali, delle pietre, dei colori, di tonnellate di marmi. Poi si deve scegliere il tempo buono. Noi abbiamo scelto il tempo sbagliato (tardo autunno 2017, ndr) per venire a lavorare all’esterno, ma l’amore e l’amicizia con don Sergio (fu don Sergio Boarino, Rettore del Santuario della Madonna dei Fiori nel periodo di esecuzione dell’opera, ndr) ci hanno spinti a fare tutto".

Che cosa nasconde un’opera d’arte?

"Spero una presenza vera, che si rivela. Mi ha molto colpito quando, nel Reparto oncologico di pediatria del Gemelli, ho visto i bambini pregare in corridoio davanti alla Madonna di tenerezza fatta da noi. Ricordo anche a Cluj una signora molto anziana, tutta curva, che voleva dare il bacio al volto della Madonna, ma non ce la faceva e non so da quanto tempo è che si sforzava per dare quel bacio. Penso che c’è qualche presenza, perché se no queste cose non accadono. Ho un’enorme lista di persone dei posti dove ci sono i mosaici, che mi hanno scritto delle esperienze molto forti. Noi siamo attenti a lavorare con la fede, nell’amicizia vera tra di noi. L’amore ecclesiale è la fonte dell’arte. Dove c’è la carità, lì c’è Dio".

L’idea di bellezza attiene alla terra o al cielo?

"Alla santità. Dal Rinascimento in poi, la bellezza è unita alla ricchezza, ma per i cristiani è legata alla santità, perché è l’amore realizzato".

Quali significati specifici e messaggi sostanziali ci sono nella sua arte, al di là del tema che lega i mosaici?

"È un’arte che nasce nella comunione e che si realizza nella comunione. Se la Chiesa è la comunione delle persone, allora noi lavoriamo dalla Chiesa per la Chiesa, dalla comunione per la comunione. Se stai fuori e ci osservi lavorare, è un miracolo che da nove diversi paesi le persone sono insieme, si vogliono bene, si aiutano? Per me, lo ripeto, dove c’è la carità, lì c’è Dio. A mio parere, la cosa essenziale è che sotto l’esistenza dell’uomo c’è la relazione e non un essere astratto, individuale. Negli ultimi secoli abbiamo sempre sbagliato dicendo: o l’individuo o noi. Ma queste sono logiche del regime, l’epoca moderna con i carri armati voleva gestire l’individuo. Per i cristiani c’è una soluzione totalmente diversa: non io individuale, non noi, ma io comunionale. Tu es ergo sum, tu sei, io sono. Scopro chi sono nella relazione con gli altri: cos’è un marito senza moglie? Per noi cristiani è così, l’uomo non esiste senza relazione".

Oggi l’arte serve per fare teologia?

"Per me, sì. La dimostrazione è che dove ci sono i nostri mosaici, se andate a chiedere ai parroci, vi diranno che non c’è più la pace, perché arrivano tutte le settimane pullman di persone per fare catechesi, preghiere o la Messa".

Quante tessere ci sono volute per realizzare il mosaico?

"Non le ho contate, però sono tantissime. Usiamo tesserine molto piccole, anche di due millimetri, fino a quelle di trenta centimetri. In questi duecentocinquanta metri quadrati saranno milioni".

Che cosa l'ha colpita della popolazione braidese nei giorni di permanenza in città?

"Ogni mattina la chiesa del Santuario piccolo era piena, persino con gente in piedi. Impressionante, bellissimo. Noi cominciamo ogni giorno con la Messa e, siccome le pareti della chiesa sono l’autoritratto della Chiesa, non possiamo lavorare sulle pareti se non sappiamo chi siamo. L’Eucaristia è la piena realizzazione di Chiesa, perciò cominciamo con la Messa".

Contemporaneità, memoria, arte. Come si lega tutto questo con la Madonna?

"Penso che la memoria sia l’unica vera fonte di sapienza e creatività. In Occidente abbiamo delle Madonne isolate e ciò non è una grande visione teologica, perché la Madonna, nell’iconografia cristiana, fa sempre parte di un tessuto, non è da sola. Non è possibile considerare la Madonna se non insieme al Figlio e allo Spirito Santo, o con la Chiesa. Non esiste la Madonna se non in comunione di queste due Persone divine. Detto così, il passaggio tra l’idea, la visione e la realtà è una sinergia, parola greca per dire convergenza: il Verbo si è fatto carne, perché Lei ha collaborato con lo Spirito Santo". È Lui che fa parlare anche le pietre.

Silvia Gullino

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