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Cronaca | 12 luglio 2019, 19:30

Imprenditore alla sbarra per la truffa ai bengalesi: i cento testimoni chiamati dalla difesa si riducono a quattro

In tribunale ad Asti nuova udienza del procedimento sul presunto raggiro operato ai danni di 130 cittadini del Bangladesh, chiamati a versare 2mila euro a testa dietro la promessa di un lavoro mai arrivato

Imprenditore alla sbarra per la truffa ai bengalesi: i cento testimoni chiamati dalla difesa si riducono a quattro

Nel giugno scorso il tribunale di Bergamo aveva scagionato Daniele Olivero dall’accusa di bancarotta fraudolenta, escludendo così un suo coinvolgimento diretto nel fallimento della Rubina Coop, società alla quale l’imprenditore di Ceresole d’Alba aveva ceduto la sua Sia Automotive nel 2013, pochi mesi prima che sotto la nuova gestione la stessa azienda metalmeccanica fosse travolta da un improvviso dissesto.

Ora, presso il foro di Asti, è ripreso il parallelo processo a carico del 45enne imprenditore roerino, nuovamente chiamato a difendersi dall’accusa di avere avuto un ruolo attivo nella vicenda e in particolare nella truffa consumata ai danni dei 130 cittadini bengalesi, chiamati a divenire soci lavoratori della Rubina dietro al versamento di quote personali da 2mila euro e nel giro di pochi mesi finiti per strada, senza il lavoro promesso e spogliati dei loro pochi risparmi.

Nei giorni scorsi di fronte al giudice Fabio Liuzzo e al pubblico ministero Roberto Tornavacca sono così sfilati quattro testi. Tra questi Valeria Torrazza, all’epoca vicepresidente del Cisa 31 (consorzio socioassistenziale competente per la zona di Osasio, nel Carmagnolese, dove aveva luogo lo stabilimento ex Sio) nonché coordinatore del locale circolo di Sinistra Ecologia e Libertà, e il giornalista Massimo Massenzio, che aveva seguito la vicenda dalle pagine de "La Stampa", hanno riferito della grave situazione sociale e abitativa che, sia prima che ancor più dopo il dissesto della società, aveva interessato il gruppo di bengalesi, chiamato in zona dai due amministratori della Rubina – i connazionali Masum Hussein e Jamal Miah – dietro la promessa di un lavoro da 1.000 euro al mese, ovviamente se avessero pagato i 2mila euro pattuiti.

Il dibattimento è stato quindi rinviato al prossimo 24 settembre per l’audizione dei testi della difesa, inizialmente prospettati in oltre 100 – buona parte dei bengalesi truffati – e ora ridotti a 4: un’impiegata amministrativa, il commercialista e due dipendenti dell’azienda.
A spiegare la scelta, lo stesso difensore di Olivero, l’avvocato albese Roberto Ponzio: "L’ipotesi di truffa si fonda sul presupposto di aver ingannato i soci lavoratori con la prospettiva di un’occupazione e il pagamento di quote da 2mila euro ognuno. Avevamo citato quindi quei 130 lavoratori per dimostrare che i 230mila euro da loro complessivamente versati non erano mai entrati nelle tasche di Olivero, ma tale circostanza pare ormai assodata e pacifica. Per questo abbiamo ora ritenuto superfluo citare l’intera maestranza. L’estraneità di Daniele Olivero rispetto a questa vicenda è stata accertata anche dal Tribunale di Bergamo, che ha dichiarato la sua innocenza circa l’ipotesi di bancarotta fraudolenta, per cui auspichiamo che tale evidenza venga riconosciuta anche in questo processo".

Ezio Massucco

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