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Cronaca | 18 giugno 2019, 16:58

Condanne confermate, ma pene ridotte per i componenti della banda che uccise Patrizio Piatti

In Corte d’Assise d’Appello di Torino il verdetto di secondo grado per l’omicidio dell’orefice di Monteu Roero. L’avvocato Ponzio: "Preoccupante la presenza di infiltrazioni criminali sconosciute a questo territorio quando erano operativi i presidi di carcere e tribunale"

Il Palazzo di Giustizia di Torino, dove oggi si è concluso il processo d'appello per l'omicidio di Patrizio Piatti

Il Palazzo di Giustizia di Torino, dove oggi si è concluso il processo d'appello per l'omicidio di Patrizio Piatti

Condanne confermate, ma ridotte di due anni e oltre rispetto al giudizio di primo grado, per quelli che la Corte d’Assise Appello di Torino ha ribadito essere stati gli autori materiali dell’omicidio dell’orefice di Monteu Roero Patrizio Piatti.

Questo il contenuto della sentenza con la quale oggi, martedì 18 giugno, il collegio presieduto dal giudice Fabrizio Pasi ha parzialmente riformato il giudizio di condanna già inflitto in primo grado ad Asti nei confronti dei quattro imputati del grave fatto di sangue avvenuto all’alba del 9 giugno 2015, quando insieme a un quinto complice (il gioielliere torinese Giancarlo Erbino, anch’egli condannato in primo grado, ma in un diverso processo), assaltarono la villetta del Piatti con l’obiettivo di appropriarsi dei preziosi lì custoditi dall’uomo.  

Da tempo detenuti in ragione della condanna a 18 anni inflitta loro col primo giudizio (con sconto di pena per la scelta del rito abbreviato), Francesco Desi, indicato nel processo come colui che materialmente esplose il colpo di pistola che costò la vita a Piatti, si è visto ridurre la pena a 16 anni, così come il basista del colpo, Junior Giuseppe Nerbo, che all’udienza di questa mattina, prima che la corte si riunisse in camera di consiglio per la sentenza, ha ancora rilasciato dichiarazioni spontanee dicendosi estraneo al piano criminale e cercando di attribuire la responsabilità dello stesso al complice Emanuele Sfrecola.

Ancora superiore lo "sconto" concesso con la riforma della precedente sentenza nei confronti di Salvatore Messina e dello stesso Sfrecola, la cui pena è passata dai 14 anni e 4 mesi inflitti loro in primo grado ai 12 anni ora decisi dalla Corte d’Assise d’Appello.  

I quattro – per i quali il procuratore generale Marcello Tatangelo aveva chiesto la riduzione della pena, ma ad un solo anno, giudicando eccessiva la "continuazione" valutata sui reati di rapina e lesioni – sono stati inoltre condannati al pagamento delle spese di continua rappresentanza e assistenza in giudizio delle parti civili Maddalena Giotto ed Elisa Piatti, rispettivamente moglie e figlia della vittima.

A patrocinarle l’avvocato albese Roberto Ponzio, che così commenta il giudizio: "L’impianto accusatorio, fondato su testimonianze, tabulati telefonici, accertamenti balistici e chiamate in correità, ha retto alle eccezioni e censure mosse dagli appellanti, rivelatesi come destituite di fondamento. Nel palleggiarsi la responsabilità del gravissimo reato gli imputati avevano sostenuto essersi trattato di una rapina 'finita male', per cui l’omicidio doveva essere inteso come un evento non voluto e non prevedibile. Le modalità esecutive, l’utilizzo di due pistole e il carattere indocile della vittima rendevano invece concreta la previsione che il Piatti reagisse ed effettivo il rischio che il tragico evento si verificasse. Di qui la confermata responsabilità a titolo di concorso vero e proprio, come previsto dall’articolo 110 del Codice Penale e non di concorso 'anomalo' (116 Cp, che avrebbe comportato un’attenuazione di pena".

Il legale albese torna poi sul tema della diminuita sicurezza sul territorio, di cui il grave fatto di sangue sarebbe una preoccupante spia: "Si tratta di una vicenda che deve fare riflettere, espressione di una preoccupante infiltrazione criminale in quella che un tempo era definita come 'isola felice', ora teatro di fatti operati da parte di una criminalità di grado elevato, proveniente dall’ambito della malavita torinese e capace di ricorrere a esecutori reclutati fuori regione, tra soggetti legati agli ambienti del narcotraffico. Fatti di questa portata non accadevano quando sul territorio erano operativi un tribunale e un carcere con le loro rispettive polizie".

Ezio Massucco

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