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Cronaca | 11 giugno 2019, 16:20

Rapina sfociò in omicidio: va a sentenza il processo d’appello sull’assassinio dell’orefice di Monteu Roero

Martedì il verdetto della Corte d’Assise d’Appello sulla richiesta di conferma delle pene (con sconto di un anno) chiesta dal procuratore generale di Torino. Due dei quattro complici alla sbarra chiedono l’assoluzione. La parte civile: "Imputati ancora indifferenti verso la famiglia della vittima"

Il Palazzo di Giustizia di Torino, dove è in corso il processo d'appello per l'omicidio di Patrizio Piatti

Il Palazzo di Giustizia di Torino, dove è in corso il processo d'appello per l'omicidio di Patrizio Piatti

Battute finali al processo d’appello per l’assassinio di Patrizio Piatti, vittima di una rapina sfociata nell’omicidio compiuta a colpi di arma di fuoco presso il garage della sua villetta di Monteu Roero all’alba del 9 giugno 2015.

Dopo l’udienza tenutasi lo scorso 7 giugno, il giudice Fabrizio Pasi, presidente della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Torino ha infatti aggiornato il processo a martedì 18 giugno, data nella quale è attesa la pronuncia della sentenza nei confronti dei quattro imputati.

Accusati di omicidio e rapina in concorso sono Francesco Desi, indicato come colui che materialmente esplose i colpi che uccisero Piatti, Junior Giuseppe Nerbo, considerato il basista della banda, Salvatore Messina ed Emanuele Sfrecola.
Il processo di primo grado si era concluso con la condanna dei primi due a 18 anni di reclusione, mentre 14 anni e 4 mesi era stata la pena inflitta ai complici. Era stata invece assolta Anna Testa, consorte di Giancarlo Erbino (poi condannato anch’egli a 18 anni, ma in un processo svoltosi separatamente), il gioielliere torinese indicato dagli inquirenti come l’ideatore del piano criminale ordito dalla banda, il cui intento sarebbe stato quello di appropriarsi del tesoro di contanti e gioielli – per gli inquirenti in parte frutto di ricettazione – che l’orafo monteacutese avrebbe custodito presso la propria abitazione.

Nelle scorse settimane il processo d’appello aveva visto intervenire il procuratore generale Marcello Tatangelo e le difese degli imputati Messina e Dessi. In particolare il rappresentante dell’accusa aveva chiesto per tutti gli imputati la conferma delle condanne inflitto in primo grado ad Asti, con pene ridotte però di un anno nella considerazione che fosse eccessivo l’aumento richiesto dal pubblico ministero astigiano Francesca Dentis e accolto dal giudice Federico Belli per la continuazione relativa ai reati di rapina e lesioni.

L’ultima udienza, celebrata venerdì presso il Palazzo di Giustizia di Torino, ha invece visto intervenire le difese di Emanuele Sfrecola e Junior Giuseppe Nerbo. A difendere il primo, l’avvocato Andrea Giordana, che ha sottolineato il contributo offerto dal suo assistito per l’accertamento di quanto accaduto in quella tragica mattinata, chiedendo per suo conto l’assolutoria o in subordine l’applicazione dell’articolo 116 del Codice Penale, che prevede la condanna ma con una diminuzione della pena nell’ipotesi di reato "diverso da quello voluto", nel presupposto che non fosse per lui prevedibile che la programmata rapina sfociasse nell’omicidio di cui viene ora accusato.

Identiche richieste – l’assoluzione o l’applicato dello stesso dispositivo del Codice Penale – quelle arrivata dalla difesa di Junior Giuseppe Nerbo, che con gli avvocati Bertolino e Cuffaro ha sostenuto che il ruolo organizzativo fu di Sfrecola e che lui nemmeno avrebbe conosciuto la vittima.

Per voce dell’avvocato albese Roberto Ponzio, la parte civile – rappresentata dalla moglie e dalla figlia della vittima, Maddalena Giotto ed Elisa Piatti – ha invece chiesto la conferma dell’impugnata sentenza e la reiezione dei motivi d’appello. "Ormai gli imputati – commenta lo stesso legale – sono accomunati su due fronti: nel palleggiarsi la responsabilità dell’omicidio e nel manifestare assoluta indifferenza rispetto alle parti offese. Nessuno ha preso contatti con le parti civili, non hanno pagato la provvisionale disposta in primo grado, non hanno nemmeno provveduto a un risarcimento parziale delle vittime. Ritengo che la corte ne terrà atto nella sua sentenza".

A margine, lo stesso legale interviene poi con una riflessione legata allo stesso gravissimo fatto di cronaca: "Questa vicenda processuale deve farci riflettere sulle mutate condizioni di sicurezza del nostro territorio, prima estraneo a fatti di quest’ordine e nel quale si è invece inserito un certo livello di criminalità. Non era così quando a sua difesa erano presenti un tribunale, una polizia giudiziaria e anche una polizia penitenziaria ora carente, vista la soppressione del tribunale albese e la situazione in cui versa il nostro carcere, prima chiuso e ora ridotto ai minimi termini nonostante tante promesse di intervento da parte delle autorità preposte".

Ezio Massucco

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