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Al Direttore | 17 aprile 2019, 19:14

Sua maestà il cemento armato: a Piobesi d’Alba e Verduno due interventi che lasciano perplessi

La nuova piazza del centro roerino e un parcheggio in corso di realizzazione a ridosso del borgo langarolo nella visione dell'albese Sandro Lazier

Couvent de la Tourette – Le Corbusier - 1956

Couvent de la Tourette – Le Corbusier - 1956

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

In un'epoca come la nostra, dominata da profondi ripensamenti verso l'idea di progresso, una delle vittime principali della retromarcia emotiva che comprende un poco tutta la modernità è il cemento armato. Termini come "cementificazione" ed "ecologia" sembrano così distanti, se compresi in uno stesso contesto naturale, da suscitare tanto sdegno verso il "cemento" solo a sentirne pronunciare il nome.


Chi mi conosce sa quanto personalmente combatta questa generalizzazione e quanto spesso mi schieri tra gli ostinati difensori di questo nobile materiale, in parte eredità degli antichi romani.


Forse, mi dico, pochi conoscono la sua storia, tra l'altro molto recente. Probabilmente non sanno che l'idea di rinforzare il calcestruzzo con armature di ferro, da cui il primo utilizzo del cemento armato, da metà a fine Ottocento si realizzò nella costruzione di scafi per le imbarcazioni.

Sicuramente non sanno che il merito maggiore della scoperta l'ebbe un giardiniere parigino, Joseph Monier, costruttore di vasi in fibrocemento, il quale intuì che le armature in ferro e il calestruzzo possedevano all'incirca lo stesso grado di dilatazione e, questa qualità, li rendeva compatibili per il loro utilizzo congiunto.

Fu una scoperta rivoluzionaria che, insieme all'invenzione della ghisa e ai progressi della scienza delle costruzioni, permise un salto epocale nel campo delle costruzioni. Gallerie, ponti, autostrade, aeroporti e la quasi totalità delle grandi infrastrutture conosciute oggi, che ci permettono di muoverci ed essere liberi, di poter migliorare enormemente il nostro benessere economico grazie alla velocità degli scambi commerciali e all'opportunità di lavorare anche fuori del proprio contesto esistenziale, devono a questa invenzione la loro realizzazione concreta. 


Dobbiamo molto al cemento armato perché ha cambiato le nostre vite e ci ha lasciato opere di grande suggestione. 
Testimonianze eccezionali, come il ponte Morandi di Genova, recentemente salito agli onori delle cronache internazionali, hanno rappresentato il vertice delle conquiste tecniche e scientifiche negli anni in cui l'Italia rappresentava il modello mondiale per le costruzioni.

Erano gli anni '60, quelli del boom economico che andava di pari passo col progresso della conoscenza. Fu un'opera di ingegno e di fama mondiale, un monumento del genio italiano di cui solo l'ignavia e la corruzione della burocrazia hanno causato il crollo parziale. L'incompetenza e l'inettitudine dell'attuale politica, infine, stanno ora procurando la sua definitiva demolizione, per sostituirlo con un banalissimo viadotto, timido segno dei nostri tempi nei quali paura e rassegnazione hanno ucciso ogni sogno e ogni sfida.

Ho fatto questa premessa per dichiarare la mia indiscutibile ammirazione per un materiale duttile, forte, resistente, economico, duraturo e facile da usare; caratteristiche, queste, che ne fanno uno dei materiali più nobili della storia dell'architettura e delle costruzioni. Ma anche uno dei più diffusi.


Forse si deve proprio alla sua facilità di utilizzo, insieme alla sua economicità e robustezza, il fatto che negli anni il cemento armato abbia perso la sua caratteristica di materiale nobile e sia diventato talmente popolare da sostituire praticamente ogni sistema costruttivo, dal più ardito al più banale, tanto da perdere col tempo la sua peculiarità d'esser plastico e di poter assumere qualsiasi forma capace di caratterizzarne l'utilizzo.

Oggi, nella maggior parte dei casi, viene usato banalmente come scheletro statico per le successive manifestazioni formali ed estetiche le più disparate e fantasiose. Anche gli edifici che si rifanno alla tradizione costruttiva, infatti, negli anni hanno sostituito i muri portanti, tema fondamentale dell'architettura premoderna, con scheletri di cemento armato, ritenuti più idonei a soddisfare l'idea d'immortalità che accompagna sempre l'ambizione di chi costruisce casa. 


Il cemento armato, nell'opinione comune, è diventato in tal modo solo un pratico sistema per realizzare impalcati strutturali, spesso banalizzati in omaggio al rigido formalismo della statica, negandogli ogni valenza estetica propria. Un percorso che lo ha portato da sovrano delle infrastrutture più ardite a servo del più capriccioso dei villani: un vero democratico.


Malgrado la storia dell'architettura contemporanea comprenda capolavori d'indiscutibile valore, i quali esibiscono brutalmente la bellezza e la poesia di un materiale tanto povero, oggi nessuno sarebbe capace di provare questo tipo di emozione davanti a un muretto di recinzione (a me è successo, ma conosco i miei limiti).


C'è stato, quindi, un abuso nell'utilizzo del cemento armato che lo ha reso, in alcuni casi, osceno, questo è evidente. 
Diceva un grande pensatore francese, Jean Baudrillard, “Osceno è tutto ciò che è inutilmente visibile, senza necessità, senza desiderio e senza effetti. Ciò che usurpa lo spazio così raro delle apparenze”.

L'oscenità, quindi, per il filosofo non sta nella volgarità delle parole ma nell'opportunità di pronunciarle. Non esistono parole volgari in sé, ma solo parole dette in frasi inutili. Se la parola è "cemento armato" non è lecito che questa c'introduca automaticamente in un contesto volgare di per sé. Lo fa quando la sua presenza è inutile, e allora diventa dannosa.


Provo a spiegarmi meglio con un paio di esempi, molto attuali, che conosco bene.

Il primo si trova a Piobesi d'Alba, ed è in fase di realizzazione. 
Il progetto della nuova piazza, atteso da quasi vent'anni, si sta concretizzando in un parcheggio dove un tempo c'era un noto e frequentato centro sportivo. Su un'area di circa tremila metri quadrati s'è pensato bene di procedere alla pavimentazione in cemento e asfalto di tutta la superficie. Per tutta l'area è stato previsto un solo sbocco che, oltre a qualificare il luogo come un parcheggio e non come una piazza, rende la logistica dello spazio pubblico perlomeno inadatta a eventi che si svolgano contemporaneamente e, insieme con l'assenza pressoché totale di alberature e verde pubblico, alla fine dei lavori risulterà un progetto fondamentalmente sbagliato.

Basterebbero semplici ragioni d'utilizzo climatico per condannare senza appello il progetto. 
Oggi, infatti, è dato universalmente riconosciuto che i luoghi alberati abbiano temperature al suolo che son meno della metà di quelli al sole, con un evidente beneficio per gli abitanti.

Ma il punto che vorrei proporre all'attenzione è un altro, forse più di dettaglio, ma meglio indicativo dell'argomento trattato. 
Tutta l'area, completamente pianeggiante, è stata circondata da una serie di muri e muretti in cemento armato, la funzione dei quali rimane oscura. In particolare, poi, nella parte adiacente la strada principale, s'è costruito un muro tondo che invade senza motivo apparente il vecchio giardino dove vivono pochi alberi superstiti. Oltre il muretto, tra il giardino e il marciapiede che lo delimita, il terreno, appartenendo a un'unica quota, era ed è ancora perfettamente pianeggiante, accessibile e disponibile all'uso senza particolari accorgimenti. Pare invece che, una volta realizzato il muro torto, il terreno verrà inutilmente alzato per ottenere un raccordo in pendenza di cui nessuno riesce a darsi spiegazione.

Tutto il pianeta costruisce muri per aver giardini in piano, mentre a Piobesi si fa il contrario. Oltretutto, tale rialzo del terreno finirà per interrare gli alberi esistenti di almeno mezzo metro sopra il colletto della radice, col tempo procurando la marcescenza di una parte del fusto e infine di tutta la pianta.

Il motivo per il quale sia stato speso un sacco di denaro pubblico per una soluzione così stravagante non è dato sapere, visto che mai è stato presentato pubblicamente un progetto, sul quale si sarebbero potute discutere le soluzioni adottate. Un atto di superbia e arroganza da parte dell'attuale amministrazione che ora costringerà i piobesini a digerire quel che verrà, comunque avverrà.

Se il motivo di una scelta progettuale così inutile, e addirittura dannosa, è da ricercarsi in un eccesso di zelo creativo, da cui spesso gli architetti non sono immuni, vi assicuro che tale accanimento non ha prodotto nessun beneficio estetico e sicuramente ha condannato il povero cemento a subire incolpevolmente l'ennesima accusa d'essere responsabile della devastazione del paesaggio.

Il secondo si trova a Verduno, comune nel quale tra qualche tempo entrerà in funzione il nuovo ospedale. L'attuale amministrazione comunale ha pensato di realizzare un parcheggio su un'area di poco più di mille metri quadrati. Il luogo scelto è a ridosso del borgo storico, lungo una strada che porta alle abitazioni più recenti del paese. Si tratta di un'area originariamente libera da recinzioni, fabbricati e barriere, tale da essere presente nell'immaginario d'un visitatore al pari di un rilassante giardino urbano.


La mutazione, tuttora in corso, ha evidentemente stravolto la poesia del luogo. Il risultato però, se nelle intenzioni di chi ha investito tempo e pubblico denaro era quello quantomeno d'una riqualificazione, pare essere invece peggiorato nel risultato finale.

Anche qui, guardando il progetto, se pure in presenza di un'alberatura che garantirà un migliore confort climatico durante i mesi estivi, non si capisce perché, per la creazione dei terrazzamenti necessari alla formazione delle aree di parcheggio, si sia adottata la soluzione di costruire varie vasche chiuse in cemento. Se poi, come da previsione di progetto, questi muri di contenimento dovranno essere rivestiti in pietra o verdure varie al fine di occultarne la vista, ci si chiede perché siano stati concepiti in tal modo, e soprattutto perché con tali ingombranti dimensioni. Il terreno, che configura un piano inclinato accessibile dai lati inferiori, pone inoltre un problema logistico importante.

Io credo che una soluzione meno determinata da rigide geometrie e più vicina al disegno naturale avrebbe disposto, per esempio, le rampe di accesso e recesso lungo una diagonale, a vantaggio sicuramente della minor pendenza e della possibilità d'una viabilità meno vincolata.

L'alberatura, disposta lungo il vialetto d'accesso avrebbe consegnato il risultato finale a una lettura più naturale e integrata. 
Anche qui, quindi, non sono le parti utili al contenimento del terreno che denunciano la fastidiosa ingerenza del cemento nel contesto naturale, ma sono quelle parti del tutto inutili e costose, la cui ragione esistenziale sfugge a qualsiasi analisi anche e rigorosamente architettonica.

Finanche qui, infine, si è di fronte a un progetto, a parer mio, concettualmente sbagliato. 
Una soluzione più coraggiosa, architettonicamente coraggiosa, nella quale l'uso del cemento armato avesse preteso la sua dignitosa e ardita presenza, avrebbe contribuito sicuramente a riscattarne l'immagine presso la popolazione tutta.


Chiudo ricordando che la vicenda dell'uomo costruttore è lunga e complessa. Lo si vede nelle tracce che ha lasciato. Nell'ultimo secolo e mezzo, il progresso tecnologico ci ha consegnato materiali nuovi e ci ha permesso di sperimentare  soluzioni costruttive, abitative e architettoniche prima inconcepibili.

Molte esperienze si sono limitate a essere fenomeni di moda. Altre, più profonde e intelligenti, hanno superato i limiti del costume e sono diventate patrimonio del nostro vivere quotidiano. Il cemento armato è una di queste. Un patrimonio dell'intelligenza che non andrebbe mai banalizzato per sollevarlo dal biasimo dei sentimenti, soprattutto in tempi di nostalgia. 
La storia dell'uomo è storia di conquiste dove non ha mai vinto la sola forza, ma sicuramente l'intelligenza.

Sandro Lazier, Piobesi d'Alba

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