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Al Direttore | 25 gennaio 2019, 08:50

Antisemitismo: nubi grigie si addensano all’orizzonte e l’Europa dorme

In vista della Giornata della Memoria di domenica 27 gennaio, le riflessioni dell'avvocato saluzzese Antonio Brunetti, nipote di Isacco Levi, ebreo, partigiano garibaldino della Valle Varaita

Antonio Brunetti, aderendo alla campagna #WeRemember, per non dimenticare gli orrori della Shoah, ritratto all'ingresso del cimitero ebraico di Saluzzo, accanto alla lapide che ricorda i 29 deportati ebrei saluzzesi

Antonio Brunetti, aderendo alla campagna #WeRemember, per non dimenticare gli orrori della Shoah, ritratto all'ingresso del cimitero ebraico di Saluzzo, accanto alla lapide che ricorda i 29 deportati ebrei saluzzesi

I Levi di via Spielberg, dai quali discendo per parte di madre, erano la famiglia più numerosa della Comunità ebraica saluzzese. Durante la guerra soltanto mio nonno, Isacco Levi, è riuscito a salvarsi fuggendo in Valle Varaita e combattendo come partigiano garibaldino. Tutti gli altri miei famigliari, invece, sono stati internati nel campo di Borgo San Dalmazzo, deportati nel lager di Auschwitz e infine uccisi.

Ricordare e comprendere le dinamiche sociali che hanno favorito l’emarginazione, la persecuzione e l’oppressione degli ebrei è un dovere morale, un imperativo categorico indispensabile per evitare che simili tragedie possano ancora ripetersi. È doveroso, a distanza di anni, ribadire che l’antisemitismo nazi-fascista ha trovato humus fertile nell’indifferenza e nell’apatia della stragrande maggioranza degli italiani.

Pensare che le leggi razziali siano esclusiva responsabilità di Hitler e della Germania nazista non risponde a verità. I campi di internamento di Borgo San Dalmazzo e di Fossoli erano gestiti da italiani. Molti italiani hanno quindi permesso, con indifferenza, che compatrioti innocenti venissero uccisi.

Tutto questo deve essere ricordato e ribadito perché la guerra contro l’antisemitismo non è ancora stata vinta. L’apatia con cui vennero accolte le leggi razziali nel nostro Paese è molto simile a quella attuale poiché, nei fatti, il moderno antisemitismo non viene combattuto ma tollerato. Sui social media è ricomparsa l’immagine del Duce e fra gli ignoranti troppo spesso si dice: “Quando c’era lui…”. Giornali e telegiornali, italiani ed europei, tralasciano di raccontare che gli ebrei continuano ad essere uccisi per il solo fatto di esistere. Nel marzo dello scorso anno, in Francia, Mareille Knoll, ottuagenaria scampata ai lager nazisti, è stata uccisa dal vicino di casa con undici coltellate e la sua abitazione è stata data alle fiamme. Nel 2017 un’altra ebrea francese, Sarah Halimi, è stata accoltellata e gettata dalla finestra di casa da un integralista islamico. Molti altri, purtroppo, potrebbero essere gli esempi.

In gran parte dell’Europa gli israeliti sono pronti a fuggire perché si sentono di nuovo esposti a pericolo. I figli della shoah sono attraversati da brividi quando vengono a sapere che importanti leader politici europei si recano a Tunisi per rendere omaggio ai terroristi palestinesi che alle Olimpiadi di Monaco hanno fatto strage di ebrei. Tutto questo accade nel silenzio del mondo. L’antisionismo è divenuto ormai fatto socialmente accettabile, troppo spesso avallato da partiti politici di ogni schieramento. Nel silenzio del mondo è divenuto socialmente accettabile che Stati sovrani minaccino impunemente di spazzare via Israele dalle carte geografiche oppure finanzino libri di testo in cui si educano bambini palestinesi ad odiare gli ebrei. Nel silenzio del mondo è diventato socialmente accettabile rivolgere all’Ebreo Collettivo, denominato Israele, gli stessi archetipi antisemiti del secolo scorso. Israele viene descritto come Stato di apartheid, guerrafondaio, assetato di sangue, artefice del complottismo planetario. Tutto questo viene troppo spesso giustificato con un generico diritto di critica, palesemente privo di riscontri obiettivi.

Nubi grigie si addensano all’orizzonte e l’Europa dorme. Il 27 gennaio suoniamo forte il campanello d’allarme prima che sia, di nuovo, troppo tardi.

Antonio Brunetti

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