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Cronaca | 31 ottobre 2018, 11:42

Truffa dei bengalesi: “I 260mila euro pagati dai 130 soci lavoratori non finirono a Olivero”

Ripreso in Tribunale ad Asti il processo sulla vicenda finita col dissesto dell’ex Sio Automotive di Ceresole d’Alba. Interrogato dalla difesa uno degli amministratori della cooperativa di asiatici costituita a Bergamo per rilevare l’azienda metalmeccanica

Aggiornato a gennaio il processo che vede imputato un imprenditore ceresolese

Aggiornato a gennaio il processo che vede imputato un imprenditore ceresolese

Dopo il rinvio del luglio scorso (per la mancanza di un interprete dal bengalese all’italiano), è ripreso ieri in tribunale ad Asti il processo in corso da circa due anni sul controverso passaggio di mano tra la Sios Automotive di Ceresole d’Alba e la cooperativa Rubina.
Una vicenda, quella collegata al dissesto dell’azienda metalmeccanica di frazione Cappelli, che nell’autunno 2013 suscitò grande clamore mediatico. Lo stabilimento interruppe infatti le produzioni a breve distanza dal trasferimento di proprietà intercorso tra la prima società, controllata dal ceresolese Daniele Olivero, che vi operava con una quarantina di dipendenti, e la cooperativa costituita a Bergamo sotto la guida degli amministratori Hussein Masum e Miah Jamal, due cittadini del Bangladesh.

Con lo stop alla produzione, cui seguì la dichiarazione di fallimento, finirono senza lavoro i 130 cittadini bengalesi che della stessa cooperativa erano intanti divenuti soci, versando una quota di 2mila euro a testa.
Mentre il gruppo di asiatici, in Italia con regolare permesso di soggiorno, finì letteralmente per strada (per loro sfumò infatti anche la possibilità di soggiornare in una palazzina intanto affittata dalla cooperativa, tanto che per dare loro un tetto nel centro roerino fu attivata una fitta rete di solidarietà), tra quanti portarono il caso all’attenzione della Procura ci furono anche gli stessi amministratori, che accusarono Olivero di avere architettato una truffa nei loro confronti.      

A giudizio per truffa aggravata, l’imprenditore ha però sempre respinto ogni accusa, sostenendo al contrario di non aver mai ricevuto quanto pattuito per la compravendita (1 milione e 480mila euro) e di essere stato estraneo alle dazioni richieste ai lavoratori per entrare a far parte nella società acquirente.

L’udienza di ieri è stata dedicata al controesame di Masum da parte della difesa del ceresolese, affidata all’avvocato Roberto Ponzio.
Nelle sue risposte l'uomo ha in sostanza ammesso che né lui, né l’altro amministratore disponevano in realtà dei capitali necessari a rilevare l’azienda, che avrebbero voluto e potuto pagarla solo grazie ai profitti prodotti, che all’Olivero sarebbero stati corrisposti appena 60mila euro e che questi, rimasto in azienda come responsabile della produzione, non avrebbe ricevuto nemmeno i compensi pattuiti per questa sua attività.  

Interrogato sulla destinazione dei 260mila raccolti dai soci della cooperativa, Masum ha poi ammesso che tali fondi sarebbero finiti nella disponibilità di Piero Ciotti, figura non coinvolta nel processo, ma più volte chiamata in causa dalla difesa per il ruolo giocato come intermediario della compravendita.  

“Credo si stia confermando quello che Olivero ha sempre sostenuto – ha dichiarato dopo l’udienza l’avvocato Ponzio –, e cioè che, in buona sostanza, in questa vicenda è proprio lui quello che è stato ingannato, traendo gravi danni dalla situazione. Aveva stipulato un regolare contratto di vendita, con la consulenza di un commercialista e il coinvolgimento dei sindacati, prevedendo il trasferimento dei 40 lavoratori fino ad allora occupati nello stabilimento sotto la nuova proprietà. Fu questa a coinvolgere le nuove maestranze, che peraltro non avevano alcuna specifica esperienza lavorativa. Dopodiché è sopraggiunta la risoluzione del contratto per inadempienza. I soldi pagati dai lavoratori sono finiti nelle tasche di una figura terza, che ha architettato questa situazione senza mai comparire negli atti”.

Il processo è stato aggiornato al 22 gennaio 2019 per l’audizione di Federico Michele Bellomo, segretario provinciale della Fiom Cgil di Torino, costituitasi parte civile insieme a due operai, tra le persone che sollevarono il caso con una denuncia in Procura e un’interpellanza ministeriale.

Ezio Massucco

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